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Il
libro individua alcune delle più acute sperimentazioni della
critica darte italiana nellultimo cinquantennio. Si
presentano le riflessioni più feconde o corrosive e i testi
che hanno indicato un confronto ideale autentico sul senso
dellarte, sul gusto, sulla vita.
Radio villafranceschi presenta un assaggio
del libro.
Ontologia o genealogia? Permanenza
dell'arte e specularita' della critica, oppure ricostruzione basculante
che comprende l'"antico" in virtu' di quanto si modifica
nel presente? Aderenza di critica e qualita' letteraria o critica
come costruzione - storicamente definita - della storia dell'arte
che riverbera nel presente?
Queste alternative riassumono
le diverse prospettive dei padri fondatori della critica italiana.
Non che la divaricazione sia del tutto incomponibile, ma indubbiamente
siamo di fronte a due modi distinti di intendere la funzione della
critica, la sua relazione con la contemporaneita', la stessa valutazione
di quello che appare il veicolo privilegiato per comprendere, per
conferire razionalita', all'evolversi e al differenziarsi delle
esperienze visive: lo storicismo.
A questo dilemma metodologico
se ne aggiunge un altro destinato ad influire profondamente sulla
riflessione critica, almeno fino a buona parte degli anni Cinquanta.
Chi nel 1944 avesse voluto fare un censimento o un bilancio dell'arte
italiana non avrebbe certamente trovato molti nomi nuovi ne' opere
innovatrici, tuttavia avrebbe trovato impostata nell'Italia settentrionale
la questione del "realismo", con alcuni scritti critici
e programmatici pubblicati nel 1946, ma, almeno in parte, redatti
e diffusi manoscritti gia' qualche anno prima.
Nel 1946, infatti, sulla rivista
milanese "Il 45", diretta da Raffaele De Grada, compare
il "saggio sul realismo" di Mario De Micheli, con il titolo
Realismo e poesia; nello stesso anno, su "Numero", un
gruppo di artisti firma il Manifesto del realismo, altrimenti nominato
Oltre Guernica.
Ci si chiede, con insistita
perseveranza, come debba essere l'arte, che segno, o che cifra debba
avere, in questa fase storica; quali debbano essere i suoi contenuti,
a quale tradizione debba ispirarsi; a chi vada rivolta. In sostanza,
quale dovra' essere la sua qualita' "sociale". Quello
che i critici legati al "realismo" vengono indicando e'
la necessita' di ancorare l'arte alla vita, di rendere l'arte impegnata,
aderente a quei processi di trasformazione che sono in atto e che
si avviano a modificare sensibilmente l'ordine della vita sociale
e politica.
Realismo significa allora rigetto
dell'accademismo novecentista, opposizione al "formalismo"
avanguardista incapace di comprendere le immagini della storia,
superamento dell'intimismo e dell'indifferenza, della retorica arcaicizzante
capace solo di rendere stucchevoli ed agiografiche le forme che
le arti visive cercano di ricreare.
In nome del "realismo"
l'arte si avvia a divenire un'esperienza autentica, forte, in grado
di storicizzare la realta', intrattenendo con essa una relazione
non estrinseca. L'opera d'arte che accoglie i canoni del "realismo"
non e' piu' un corollario che invera la dimensione ontologica ed
estetica, bensi' un evento, un'epifania irriducibile alla storia
che l'ha preceduta, un fattore di conoscenza e di rottura, di discontinuita',
di differenza.
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