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Il Miserere di Georges Rouault | di Barbara Bianchi

tav. LIIII E' grazie ai suoi martiri che noi siamo guaritiImmagini come preghiere struggenti, vibranti di un soffio sacro: invocazioni intense di dolore o inni mistici di fede.
Una fede pura, primordiale, che attraversa e accompagna Georges Rouault attraverso il suo percorso artistico, fino a trovare il suo apice nella realizzazione delle incisioni del Miserere, realizzate tra il 1917 e il 1927.

La cartella completa del Miserere, edita da Ambroise Vallard nel 1948, si compone di 58 tavole, incise con l’acquaforte ed altre tecniche calcografiche. 58 essenziali, monocrome incisioni che costituiscono una sorta di grido disperato dell’uomo nei confronti di un’immane e sterile tragedia quale era stata la guerra mondiale del 1915-18: un grido lacerante di dolore, ma anche di rabbia, di nostalgia, di protesta.

Nella prefazione all’opera Rouault aveva scritto: “La pace sembra di rado regnare su questo mondo angosciato da ombre e parvenze”. Ombre e parvenze sono gli incubi di una realtà devastata dal dolore del conflitto, del male e della sofferenza insiti nella condizione umana.

Una messa in scena e insieme una tragica testimonianza della “bruttezza” connessa al mondo umano, alla quale si associa il nero, il colore che predomina nell’opera, in segni espressionisti, spessi ed incisivi. Un nero spesso e materiale, nel quale il senso sembra essere scomparso per lasciare posto all’oscurità. Nero come il male, come la morte, o come la follia.

Ma dalle tele oscure spiccano, come per incanto, dei bianchi abbaglianti. E il senso si svela nel contrasto di buio e luce, di nero e bianco, che convivono come in una sospensione dei contrari. Il bianco è la speranza nell’amore dell’uomo per l’uomo. Il bianco è la fede nella redenzione che sale dall’inferno, la speranza in una nuova libertà che affiora come da un’altra dimensione, al di là della sostanza fattuale e transitoria delle cose.

Quando la ragione non è più in grado di attingere alla “verità”, sorge infatti la necessità di ricercare una presenza “altra”, attraverso la quale trascendere il visibile, superare la relatività e l’impotenza intrinseche alle cose umane: una luce che possa sanare almeno in parte l’umana cecità, un’esperienza religiosa del mondo in grado di risemantizzare la vita. Al di fuori di questo tutto non può che essere illusione o farsa, perché solo in virtù di un’istanza religiosa l’uomo può distinguere ciò che è vero e significante da ciò che è caotico, privo di verità e di senso. Il sacro è l’esperienza primordiale che può rivelare le strutture profonde dell’umano e fornire un significato autentico alle cose: e può farlo anche, e soprattutto, a partire dal profano.

Ad aprire e a chiudere l’opera è il volto di Cristo. Un volto divino intenso, che reca impressa l’umiliazione e l’offesa dell’amore, ma anche la traccia di un’angoscia tutta umana. Anche il Cristo sulla croce, ucciso continuamente dalla stupidità umana, è intriso di misericordia, di “umanità”. D’altro canto, nell’uomo piegato dal dolore, sono riflesse la pietà e la grazia divine.

Nel cantico latino che ispira l’opera, il Miserere, la preghiera di Davide è in definitiva la supplica dell’uomo di essere accettato con comprensione per quello che è e di essere perdonato: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; / nella tua grande bontà cancella il mio peccato.

E il Miserere di Rouault esprime questa preghiera, insieme all’unica, possibile soluzione: espiare fino in fondo il “male”, senza mezzi termini e falsità, forti di una fede che non è quella complessa e pomposa della chiesa tradizionale, ma frutto di una religiosità autentica, integra e spontanea.
L’arte di Rouault sembra allora proporsi come possibile ierofania, come mezzo “disarmante”, scabroso e potente per recuperare la sacralità perduta.
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Miserere di Georges Rouault

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