“Nel
1946, subito dopo il fronte, nell’abitato campestre di Bornaccino
fu necessario aprire una scuola in un locale di fortuna: una stanza
da grano in un vecchio casolare, con una scala esterna di legno
per entrare direttamente dalla finestra, un cartone per lavagna,
arredamento di recupero ed un lume a petrolio appeso ai travi del
soffitto. Come insegnante fu mandato Federico Moroni, intraprendente
irregolare, che accettò di buon grado l’ambiente e
i bimbi provenienti dai campi. Il caso volle che arrivasse nella
prima classe un bimbo che parlava pressappoco il dialetto, si chiamava
Severino Guidi e invece di fare le aste riempiva le pagine di viti
con pampini, canne e grappoli d’uva disegnati a penna e inchiostro
direttamente sul foglio. Questo fenomeno rivelò al maestro
la via da seguire per scoprire ricchezze creative, intime e irrilevabili,
dei fanciulli.”
Con queste parole Federico
Moroni racconta nel 1974, in terza persona, le vicende della
scuola del Bornaccino.
L’esperienza di Moroni,
insegnate sui generis di scuola elementare e sensibile
artista di pennello e di penna, rappresenta uno degli esempi più
significativi ed importanti di scuola “nuova” nel panorama
regionale, e insieme italiano e mondiale, del secondo dopoguerra.
Abolizione dell’autoritarismo, lotta al nozionismo, rispetto
per tutto quanto gli veniva offerto dagli alunni, critica alla lezione
puramente verbale e passiva in favore di una piena attività,
sperimentazione, espressione del fanciullo ne furono i criteri principali.
La sperimentazione di Federico
Moroni nasceva nel campo della pittura e della didattica
dell’arte, ma voleva essere allo stesso tempo un tentativo
di dare apertura alla scuola nella sua globalità.
Il
disegno rappresentava in questo senso la forma più semplice,
immediata, democratica, libera di espressione della realtà
interiore ed esterna dei ragazzi. Per loro, tutti figli di contadini,
non avvezzi alla lingua italiana, disegnare significava poter comunicare
l’un latro e a sé stessi le proprie fantasie interiori,
la ricchezza del proprio mondo. Un disegno senza incertezze né
ripensamenti: tracciato con la penna, non con la matita, o con colori
stesi sul foglio liberamente, senza paura.
Federico Moroni fu tra
i primi, in Italia, a sostenere e a far praticare la libertà
espressiva del disegno infantile come mezzo privilegiato di insegnamento,
di studio psicologico, di incitamento alla riflessione e all’osservazione;
d’altro canto, fino al 1968, quando si ritirerà dall’insegnamento,
lo sviluppo della sua arte fu intensamente legato a tale esperienza,
tanto che il pittore volle spesso esporre le proprie opere insieme
a quelle dei suoi allievi.
Con i lavori dei suoi bambini Moroni
partecipò a concorsi Erp
e Fila, vincendovi undici
premi assoluti in Italia, e si fece conoscere in Italia e all’estero,
in Giappone e Stati Uniti d’America in particolare. A partire
dal 1948, i disegni furono esposti in mostre internazionali di arte
infantile organizzate dall’UNESCO; nel 1949 Moroni
e Flavio Nicolini parteciparono
a Napoli a un convegno e a una mostra di arte infantile organizzati
dall’U.S.I.S. (United States International Service).
Nel 1953 Moroni fu invitato
negli Stati Uniti d’America con una borsa di studio presso
la Columbia University di New York, dove ebbe occasione
di fare esperienza e di lavorare, tra gli altri, con i pedagogisti
Edwin Ziegfield e Viktor
Lowenfeld. Il soggiorno americano durò solo sei mesi
ma sfociò in duraturi rapporti con professori e ricercatori
statunitensi, che fecero visita alla scuola del maestro in più
occasioni, in fitti scambi epistolari e scambi di disegni degli
allievi e di esperienze didattiche.
Moroni scelse tuttavia
di restare a Bornaccino
perché lì erano la sua missione e il suo scopo, tra
i ragazzi della campagna santarcangiolese:
“L’America è
un paese troppo ricco. – scriveva all’amica Rina
Macrelli il 3 novembre 1953 – Da
questo forse l’insensibilità e il livellamento universale:
l’automatismo. Preferisco la mia povera Romagna, i miei calzoni
sdruciti, alla malinconia anonima di queste città. C’è
un senso di assenza che ti provoca il pianto.”
Nel 1958 il successo americano dell’esperienza
didattica di Moroni
raggiunse le pagine della stampa popolare con un lungo articolo
sulla rivista “Life”,
corredato da illustrazioni a colori e immagini in bianco e nero
dell’atelier di campagna.
Nel 1967 i disegni di due allievi di Moroni
furono scelti, tra i molti partecipanti a un concorso della International
Union for Child Welfare, per illustrare, con altri bambini
di tutto il mondo, l’edizione Einaudi delle Fiabe
di Andersen.
Ma
venne anche la crisi. Moroni,
ad un certo punto, si trovò isolato nel mondo della scuola
“regolare”, abbandonato dalle autorità scolastiche
per ragioni politiche e personali. Come spesso accade, le sue idee
erano troppo innovative per la scuola di allora, ancora legata a
vecchi schemi, a stantii programmi. Tra alterne vicende, la scuola
fu prima sistemata in una più solida casa di campagna, poi
trasferita – negli anni ’60 – in un nuovo, moderno
edificio progettato gratuitamente dall’architetto Gian
Luigi Giordani. Moroni
trascorse ancora alcuni anni in questa nuova scuola, continuando
ad insegnare agli amati alunni con passione e fantasia. Poi, nel
1968, probabilmente frustrato dal disinteresse delle autorità
locali nei confronti della sua ricerca artistica e didattica e dalla
difficoltà dei rapporti, decise di ritirarsi dall’insegnamento
per dedicarsi completamente alla sua attività di pittore.
Del 1964 è il libro di Moroni
“Arte per nulla”,
raccolta di pensieri, appunti, esperienze e disegni degli allievi
della scuola. Nel 1967 il volume vinse il Premio
Arezzo, presieduto quell’anno da Salvatore
Quasimodo.
Nel 1968 Flavio Nicolini
realizzò un documentario sui bambini di Moroni,
“Arte per nulla”,
con il quale partecipò alla Mostra
del Cinema di Venezia nel 1969.
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“Nei dintorni di Santarcangelo
c’è una scuola fra i campi.
Camminando per i loro sentieri i bimbi ne vedono il tetto rosso
da lontano, guardano alle siepi, guardano negli orti se i fiori
delle zucche nel cadere lasciano una zucchina verde oppure niente.
Si arrestano per un frullo improvviso di fringuello tra la siepe,
lo guardano sfrecciar via di sbieco e cercano il nido nel fitto
delle foglioline. Spaventano le lucertole e trovano qualche uovo
di gallina in certe cune nascoste fra i cespugli. S’incontrano
con le compagne e tutti si voltano a vedere Giovanni che sbuca improvviso
da sotto il portico, scalzo, lanciato in una corsa irresistibile
lungo un filare, dietro a un maialino piccolo. Ridono insieme delle
sue cadute improvvise. […] Seduti nel banco, dalle vetrate
dell’aula vedono i buoi che passano col carro. Le galline
vengono a razzolare attorno alla scuola, i galli cantano sul mezzodì,
ed entrano per la porta.
Nel fondo delle tasche hanno le briciole del pane. Il pelo del cane
che salta su di loro e li annusa, è sul grembiulino stinto
e malandato.
I ragazzi del Bornaccino vivono nei campi assieme al sole, agli
alberi, al grano, alla frutta, agli animali, all’odore dei
polli e del rosmarino. Conoscono la fatica delle giornate lunghe
e si riposano a scuola. Invece di zappare o di legar le canne col
vimine alle viti, prendono la penna per fare delle aste, delle parole
o dei numeri. Le loro mani lavorano nel campo. Ruvide d’esperienza,
disegnano con la penna e l’inchiostro del calamaio.
Vediamo cosa fanno.”
(Federico Moroni, “Arte
per nulla”, pag 36)
“Quando il mio fanciullo
prova ad inventare una favola, egli è sempre realista
e trae i suoi modesti elementi dalla propria vita e dalle proprie
esperienze nel proprio ambiente reale. Così come non gli
è possibile creare pittoricamente al di fuori di una vicenda
vera vissuta o di un elemento vivo della realtà.”
(Federico Moroni, 1962)
“Severino e i suoi compagni
facevano cose veramente interessanti e la penna serviva loro
tanto egregiamente, che optarono in maniera decisa e definitiva
per essa fin dalle prime prove […]. Insetti e fiori dei campi
furono oggetto di una assidua attenzione e nella struttura degli
insetti e dei vegetali impararono il gusto di una calligrafia ad
essi sconosciuta.”
(Flavio Nicolini, 1950)
“Moroni gestiva una bottega
d’arte col piglio dell’artista raffinato. […]
A Bornaccino la pittura era sapiente finezza, perfezione artistica
applicata e praticata da contadini e pescatori di fiume: arcadia.
Seducente. […] Lui era artista che in fondo rispecchia il
percorso che l’arte ha fatto fino a quel momento. Anche quando
era insegnante era maestro di bottega. Come Giotto, Verrocchio,
Modigliani eccetera.”
(Flavio Nicolini, s.d.)
“Si trattava di un tentativo
pionieristico, ma non isolato nel clima di rinnovamento e
di ricerca didattica del dopoguerra che coinvolgeva soprattutto
l’educazione elementare che raccoglieva tutte le componenti
sociali della popolazione italiana e che, perciò, veniva
considerata un territorio di sfida per la formazione e l’emancipazione
dei ceti più poveri, disagiati ed emarginati.
Nell’immediato dopoguerra l’interesse per il disegno
infantile ebbe un percorso parallelo alla rivalutazione dei dialetti
e delle espressioni della cultura popolare; presentava contiguità
con la ricerca naturalistica e realista in pittura e fu oggetto
di attenzione anche per riviste non specializzate in didattica.
[…] Ma la vicenda santarcangiolese aveva una peculiarità,
che stava nel mezzo tecnico privilegiato: il disegno a penna, eseguito
direttamente senza passare per il tradizionale abbozzo a matita
e per i ripensamenti e le correzioni che esso comportava.”
(Simonetta Nicolini)
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Bibliografia:
- Federico Moroni, “Arte
per nulla”, poi (ma solo in copertina) “Arte
per gioco”, Bologna, Calderini, 1964;
- Simonetta Nicolini,
“E’ circal de giudéizi. Santarcangelo nell’esperienza
culturale del secondo dopoguerra”, Bologna, Clueb, 2000.
- Pier Angelo Fontana
(a cura di), “La scuola di Bornaccino”, Santarcangelo,
Maggioli Editore, 1999.
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