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Chi
è Omar Vulpinari… Io partirei dal tuo essere "americano-riminese"
trapiantato in una realtà internazionale come quella della
scuola voluta da Benetton a Treviso.
Fino a 13 anni ho vissuto negli Stati Uniti e queste radici americane
mi hanno educato al rispetto per la diversità culturale e
al pragmatismo, poi in Romagna sono cresciuto e ho avuto l’opportunità
di formarmi professionalmente.
Ho studiato comunicazione visiva all’Albe
Steiner di Ravenna e al Dams
dell’Università di Bologna, poi dall’87 al ’97
ho lavorato per Dolcini Associati
di Pesaro. Due esperienze che mi hanno aperto alla cultura della
comunicazione al servizio della società. In quegli anni lavoravo
tantissimo per gli enti pubblici di Rimini, Pesaro e Urbino e sentendomi
molto vicino ai miei interlocutori mi veniva naturale concentrare
il mio sforzo verso l’esterno e non verso l’interno
come spesso saremmo portati a fare come artisti. Dal ’93 al
’95, invece, la mia prima esperienza da docente in Storia
del Design Tipografico all’Albe Steiner.
Dal ’97 dirigo il dipartimento di Visual
Design a Fabrica,
il centro di ricerca sulla comunicazione e la creatività
fondata da Oliviero Toscani
e Luciano Benetton. I progetti che sviluppo oggi comunicano
con un pubblico mondiale e il mio desiderio di “parlare alla
gente” è ancora più intenso. Non solo per un
allargamento di audience, ma soprattutto perché a Fabrica
siamo i produttori dei contenuti che comunichiamo.
Che cosa è Fabrica?
Fabrica è comunicazione,
arte, tecnologia e società. Fabrica
è rischio, utopia e gioco. Le più comuni accezioni,
da scuola a agenzia, non si adattano anche se molti elementi di
entrambi sono presenti. Definirei Fabrica
un laboratorio umanistico che cerca di esplorare le nuove forme
della comunicazione globale attraversi i media contemporanei.
Cinquanta giovani sotto i 25 anni da tutto il mondo lavorano interdisciplinarmente
nei campi della grafica, illustrazione, fotografia, video &
film, new media, industrial design e musica. Sostenuti da una borsa
di studio di 12 mesi, questi ragazzi imparano lavorando su progetti
di comunicazione concreti, accanto a professionisti interni ed esterni
di fama internazionale. La didattica è arricchita inoltre
da un intenso programma di workshop e lecture. Più che uno
spazio di formazione preferiamo pensare a Fabrica
come un luogo che offre opportunità di crescita, di scambio
e di lavoro.
Il periodo di studio può iniziare in qualsiasi momento dell’anno
e questa formula produce un rimescolamento continuo delle esperienze
e delle energie. Le porte sono aperte dalle 6:00 alle 22:00, dal
lunedì al sabato. I progetti sono di nature diverse: ricerca
pura, noprofit, profit. La sfida principale è lavorare per
il mercato, fuori dagli schemi del mercato con l’accettazione
del rischio d’errore (insito in ogni vera forma di ricerca)
e la fertilità di un gruppo di lavoro multi-etnico.
Quali sono i suoi progetti?
Un elenco parziale per darti un’idea dei nostri committenti
e partner…
No profit: UN Volunteers,
UN Drug Control Program, UN Refugees Program, UN FAO, Lawyers Committee
for Human Rights, Witness, Italian Transsexual Movement, Index on
Censorship, International Criminal Court of Justice, WWF, Banco
Alimentare, Avis;
Corporate: United
Colors of Benetton, Porsche, Fuji Film, Nikon, Tim, Società
Autostrade, Alessi, CocaCola;
Culturale: Bonnefanten
Museum, Fondazione Cini, Biennale della Moda, Italian Cultural Institute
London, Italian Cultural Institute New York, Palazzo Te di Mantova,
David Gill Gallery, Museo Pecci;
Televisione, Film, Teatro:
MTV, Mediaset, TMC2, Istituto Luce, ItaliaCinema - Ente Nazionale
Cinema Italiano, Volterrateatro, Teatri90, Totem di Alessandro Baricco,
La Sette;
Editoria: Domus
Magazine, Sette del Corriere della Sera, Il Venerdì de La
Repubblica, Colors Magazine, ID Magazine, Edizioni San Paolo, Einaudi,
Feltrinelli, Electa, Index on Censorship, Macchina del Tempo, Internazionale,
Skira…
E la sua visione del rapporto
tra arte, grafica e comunicazione?
Le nostre immagini sono spesso definite scioccanti e provocatorie
ma non sono altro che l’espressione di una volontà
di sondare l’essenza dei fatti. Sono immagini che non richiedono
headline o didascalie perché parlano una lingua simbolica,
universale e inequivocabile. Per esempio, non si può parlare
di “uomo” come concetto universale se questo porta un
abito grigio di Armani
anziché un copri pene della Nuova Guinea. La comunicazione
avviene per simbologie e ogni simbolo ha un suo significato.
Lavoriamo attorno a quegli archetipi visivi che ci disturbano, che
sollevano dubbi e che ci costringono a scoprire cose di noi stessi
che forse non vorremmo conoscere. La ricerca parte sempre da un
concetto che trae spunto dalla realtà e dall’intelligenza
collettiva e ne commenta l’essenza. Arte e comunicazione devono
avere l’effetto di un pugno nell’occhio e un esplosione
nel cervello.
Un pugno e un esplosione…
è così necessaria la provocazione nella comunicazione
metropolitana?
L’espressione si riferisce alla necessità primaria
di coinvolgere visivamente ed emotivamente il destinatario della
nostra comunicazione. Ma se non è un pugno da knock-out deve
essere una carezza da orgasmo, perché comunicare è
amare anche quando si odia. Questo è forse il concetto che
più mi ha segnato negli anni passati a lavorare con Oliviero
Toscani.
Nei vostri lavori si nota un attenzione al dettaglio e una visione
dell’arte come specchio, come relazione continua…
Si, l’interpretazione di arte come “specchio”
è fondamentale. Uno specchio per l’artista ma anche
per il suo destinatario. Entrambi devono intravedere qualcosa in
cui si riconoscono, qualcosa che fa scoprire una piccola parte dell’uno
e dell’altro. Non possiamo poi dimenticare chi ci commissiona
il lavoro, perché anche il cliente deve riflettersi in questo
specchio.
A proposito, abbiamo collaborato regolarmente con tante riviste
che ci hanno dato spazi dove applicare questa visione per commentare
la società. Per un anno su Sette, settimanale del Corriere
della Sera, poi per un altro anno sul Venerdì,
settimanale de La Repubblica curavamo una pagina tutta
nostra. Così, accanto alle pagine scritte di Giorgio
Bocca e Curzio Maltese
si poteva trovare l’opinione “visiva” di Fabrica.
Solo con le nostre immagini commentavamo temi sociali attuali e
universali come la guerra, droga, politica, aids, ambiente, sesso
e televisione. Questi sono fra i miei progetti del cuore perché
ricavavamo tanto feed back dai lettori. Chi si complimentava, chi
ci insultava, chi ci mandava le proprie immagini e chi ci chiedeva
le nostre per altre cause. La settimana d’apertura della stagione
di caccia uscimmo con un’immagine di protesta e l’Associazione
Italiana AntiCaccia ci chiese di poterla utilizzare per una
loro campagna. Un’insegnante d’arte delle medie di Bologna
dava ai propri alunni un compito settimanale partendo dalle nostre
immagini.
Fabrica elabora una comunicazione
specialmente rivolta al sociale insomma…
La rivista Colors è
forse il nostro progetto più importante e intenso in termini
di interesse per il sociale. Inoltre, lavoriamo continuamente per
ONU, FAO, Witness di Peter
Gabriel, Lawyers Commitee for Human Rights, WWF, AVIS
e tante altre organizzazioni noprofit. Abbiamo appena concluso un
progetto contro l’atomica, “Remember Hiroshima”,
dove abbiamo disegnato cartoline da inviare ai 57 presidenti dei
paesi con arsenali nucleari.
Qual è la struttura
didattica e quali gli indirizzi formativi della scuola?
Il modello Bauhaus di
apprendimento su progetti reali è basilare. Fabrica
è divisa in dipartimenti coordinati da un capo dipartimento
che ha il compito di stimolare e guidare il proprio gruppo. Il mio
dipartimento è composto da 9 student, 2 senior
student, 1 senior designer, 1 production manager
e 1 studio manager. La didattica alterna il lavoro su progetti
reali e di ricerca a workshop coordinati da professionisti esterni.
Sono passati da noi Tomato,
Ed Fella, Wolfgang
Weingart, Michael Nyman,
Balanescu Quartet, Droog
Design, Stefan Sagemeister,
John Maeda, John
Thackara, Ami Franceschini,
David Carson, Mike
Mills, Wim Crouwel,
Martin Parr, Duane
Michaels, Bori Mikailkov,
Denis Santachiara, Elliott
Peter Earls, Philippe
Starck e tanti altri. Questi momenti formativi sono fondamentali
per lo scambio di idee ed esperienze e si trasformano spesso in
concrete opportunità di lavoro per gli studenti che hanno
la possibilità di farsi conoscere dai guru della comunicazione
a livello mondiale.
Come sono organizzati i Workshop?
Il programma di workshop e incontri è veramente il nostro
fiore all’occhiello. Ogni mese teniamo un workshop di tre
giorni e un incontro di uno.
Ogni workshop è totalmente impostato dal visiting artist.
L’anno scorso John Maeda
ha insegnato come crearsi i propri programmi utilizzando un sistema
on-line in diretto collegamento col suo corso al MIT
di Boston.
Con i Funny Garbage
abbiamo ideato un una performance sul tema “Cibo” che
poi abbiamo eseguito in un ristorante. Il lavoro si sviluppa in
piccoli gruppi interdisciplinari. Nell’arco dei tre giorni
si tengono riunioni di critica e si chiude con una presentazione
finale seguita da una conferenza del visiting artist aperta anche
al pubblico. A questi workshop possono partecipare gratuitamente
anche artisti e studenti esterni.
Quali sono i dipartimenti e
come collaborano, come sono concepiti gli spazi e i tempi di lavoro?
La divisione per dipartimenti serve per garantire le specifiche
qualità disciplinari, ma poi un musicista può disegnare
una sedia, un grafico può dirigere un film e un fotografo
può suonare il pianoforte. I ruoli si scambiano e si integrano.
Da questo sconfinamento otteniamo sempre risultati straordinari.
E’ sempre un affascinante lotta tra caos e ordine.
Il dipartimento di Visual Design è davvero centrale,
perché non esiste progetto di comunicazione senza grafica.
Quindi se quelli di Industrial Design progettano un prodotto
noi pensiamo al logo, packaging e promozione mentre se in Video
& Film producono un film noi facciamo i titoli, il poster
ed il libretto stampa. Se Musica idea uno spettacolo noi
progettiamo la scenografia e così via. Prima ancora però
abbiamo i progetti che nascono dall’interno del nostro stesso
dipartimento come Visions of
Hope, mostra pensata in occasione del primo anniversario
del 11 settembre, che sarà inaugurata a New York, in collaborazione
con The New Yorker Magazine. Recentemente abbiamo iniziato
a illustrare settimanalmente per la rivista Internazionale. Infine
siamo responsabili di tutta la comunicazione istituzionale di Fabrica.
I criteri di selezione a Fabrica
Ogni anno ci arrivano più di 600 richieste. L’esame
del portfolio costituisce la prima fase di selezione. Da qui individuiamo
chi invitare per una prova di 2 settimane. Un dieci percento supera
questa seconda fase e riceve poi una borsa di studio per 12 mesi.
I migliori, dopo questo periodo, passano alla posizione di senior
student per affrontare i progetti più impegnativi.
Il fabricante ideale è un “evacuativo”, in grado
di sviluppare idee e visioni senza paura e senza necessità
di consenso. Questo è quello che cerco di sviluppare poi
in seguito, durante le nostre riunioni settimanali di critica dove,
tutti insieme, svisceriamo i progetti in corso. La paura di non
allinearsi al “mainstream cool” osannato da
molte riviste di settore è il freno maggiore per molti giovani.
La creatività che inseguiamo deve essere libera ma non può
essere totalmente priva di regole, perché i progetti che
sviluppiamo sono concreti e quindi pretendiamo anche disciplina
e responsabilità. D’altra parte come possiamo infrangere
le regole se non esistono?
Cerchiamo giovani disposti a mettersi in relazione, a lavorare in
gruppo. Importantissimo è anche la volontà di sfidare
i confini mediali. E’ indispensabile conoscere bene l’inglese,
lingua ufficiale a Fabrica
e avere dimestichezza con computer e Internet.
Credo che sarebbe interessante anche spiegare il rapporto particolare
della scuola con la committenza reale e con le nuove tecnologie,
la sperimentazione dei linguaggi e più in generale con la
cultura.
Il nostro rapporto con la committenza e la cultura è ricco
e complesso, è globale ma anche locale. Stiamo lavorando
in questo momento per CocaCola ma stiamo anche curando tutta la
comunicazione e l’allestimento della mostra “Gonzaga”
che si farà al Palazzo Te di Mantova a settembre,
una delle mostre più importanti in Italia quest’anno.
Abbiamo la fortuna di essere commissionati da chi vuole quell’anticonformismo
che ci viene naturale e così il cliente è sempre parte
integrante del nostro progetto. Non c’è buon progetto
senza un buon cliente.
Tecnologia? Si, importantissima. Siamo consci che i risultati finali
sono dati da tecnologia, estetica e contenuto allo stesso modo ma
non siamo affatto maniacali. Direi che siamo più “idea
oriented”.
Per concludere, qualche idea
(e qualche esempio) di progetti interessanti tra arte e web e i
centri e le scuole che ritieni oggi più significative
Consiglio di visitare il nostro sito di Colors
Magazine (www.colorsmagazine.com)
che anche quest’anno ha vinto il “Flash Festival
Award”. Un bellissimo esempio di rivista online che reinterpreta
straordinariamente i contenuti del “fratello” cartaceo,
adoperandosi delle prerogative specifiche del mezzo multimediale
e interattivo. Un eccellente connubio di contenuto, forma e contemporaneità.
Un consiglio per RVF
Ho visitato il sito e mi sembra un ottimo inizio. Apprezzo molto
il vostro impegno sociale.
Come consiglio per la futura galleria Villa
Franceschi ti riporto una mia esperienza. Ho contribuito
con Fabrica ad organizzare
il ciclo di conferenze “What
Next” del centro Culturale Candiani di Mestre.
Per tutto l’inverno 2002 ogni quindici giorni attiravamo 100-200
giovani ad assistere a conferenze di fotografi, illustratori, grafici
e web designer. Abbiamo organizzato anche un “Portfolio
Day” durante il quale i ragazzi potevano presentare ad
un gruppo di professionisti il loro lavoro e chiedere consigli.
Infine, visto che incontrarci era diventato un appuntamento fisso
per tanti, abbiamo lanciato un progetto fotografico intitolato “Famiglia”
e alla fine abbiamo chiuso il ciclo con una mostra del pubblico.
Riferimenti Internet:
Fabrica: http://www.fabrica.it/index1.html
Colors: http://www.colorsmagazine.com
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