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Ma l’alone suppone la Luna | di Silvia Pacassoni
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Farfadet, il folletto custode di ori e tesori, è tornato anche quest'anno a visitare il Castello degli Agolanti di Riccione, nel secondo appuntamento dedicato al mondo dell’illustrazione. Dopo i magici luoghi, ripercorsi fra boschi animati, castelli sospesi e mari incantati, è stata la volta del “femminile nella fiaba” chiamato a rappresentare la “fantasia” delle otto artiste in mostra...

Una “fantasia” ritrovata nelle pagine lasciate da Matilde Serao in occasione della conferenza fiorentina del 1885: “fantasia” dunque “è una grande parola ed è una grande cosa”. Prendendo le distanze dal “meraviglioso”, “parola più semplice e più modesta”, lei, giornalista, scrittrice, critica letteraria dice:

Il fantastico non è il contrario della vita, ma è l’esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l’aureola, è l’alone, ma la linea suppone la testa, ma l’alone suppone la luna!… Il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi scorge tutto un lato nascosto, qualche cosa che sfugge all’analisi del critico e che non sfugge alla visione del poeta”.

Parole queste che sembrano confermare l’esclusivo incontro dell’illustrazione, fra realtà e fantasia. Otto matite pronte a svelare gli innumerevoli volti, le magiche, e a volte mostruose, sembianze, le voci silenziose, le fantasie di mutamento della presenza femminile.
Accanto, così, alla molteplicità di interpretazioni storiche e psicologiche, lo sguardo dell’artista si estende oltre la parola, oltre l’eredità visiva, in una geografia poetica di linee e colori.
Fra Romagna, Marche e Toscana nasce l’arte di
Nicoletta Ceccoli, Emanuela Orciari e Arianna Papini: da San Sepolcro al coro di San Francesco ad Arezzo, fino a giungere alla corte di Federico da Montefeltro, sulla strada percorsa da Piero della Francesca.

E dai confini di queste terre quattrocentesche si eleva il tratto di
Nicoletta Ceccoli in grado di trasformare il piccolo taglio del foglio in un mondo magico popolato di oggetti animati e creature improbabili.
Una nettezza e trasparenza di segno, dall’eleganza miniaturistica, definiscono i margini del disegno, lasciando posto a una teoria del colore fatta di trapassi, mai eccessiva, misurata, lieve negli spostamenti. Anna senza confini vola distesa su un’aquila, raggiunge il mare sul dorso di un’oca e poi ritorna dalla sua tartaruga pronta a ripensare il mondo. Sono visioni dall’alto quelle della protagonista, angolazioni decentrate che permettono alla matita di
Nicoletta un’indagine “virtuosistica”, capace di cogliere l’anima degli oggetti. In Che cos’è l’amore l’artista dà prova di sapersi muovere anche nell’orizzontalità dello spazio, narrando, in una successione di abbracci, l’antica storia dell’amore. E dalla finestra surreale aperta da Sofia sul cielo, fino al giardino di pesci e conchiglie solcato dalla Bambina bianca, la sensazione è che l’arte dell’illustrare scivoli attraverso il mistero impenetrabile dell’esistenza.

E’ la colomba della pace ad introdurre al viaggio nell’immaginario di
Arianna Papini: un cartiglio soffiato in dono al Gobba dei randagi, un ramo di ulivo e quell’iconografia così nota al mondo dell’arte. Come non pensare alla Madonna della Misericordia di Piero della Francesca, alle maternità dipinte nei capolavori dai grandi maestri italiani. Alba le sa vedere le Madonne della Misericordia: “loro abbracciano uomini piccoli in grandi vesti rosse, così lei pensa che in cielo c’è una donna che accoglie in ali grandi di stoffa chi ha paura”. Sulla scia di un accordo metrico, fra presenze e luoghi cromatici, l’artista costruisce le architetture delle sue fiabe. E’ l’incontro fra la maestosità della forma e la leggerezza della linea: è il filo di Arianna che unisce gli incanti di Anna ai sogni di Alba. Quella sinuosità generatrice in grado di legare e sciogliere, in un alternarsi ritmico, “storia e futuro”. Lei narratrice di immagini e parole, nascosta nell’angolo del foglio, solleva il filo su cui scorre la vita.

Silenziosamente immersa negli eventi che attraversarono il passato è l’arte di
Emanuela Orciari: Margareta, la regina Berengaria, Maddalena, le dame della corte e la nutrice. Sono queste le creature femminili di un romanzo storico ambientato al tempo delle Crociate: e della storia la grafia di Emanuela conserva tutto il sapore. Un formato di piccolissime dimensioni diventa lo spazio di lavoro dell’artista: fra i confini imposti dalla carta, dunque, Emanuela interviene con una gestualità estremamente controllata tanto da rendere l’atmosfera dalle suggestioni monocrome. Sfondi di un blu perlaceo si riempiono improvvisamente del bianco argento del carro dei girovaghi e del mantello della regina Berengaria. E su tutto domina il segno inciso di una punta, quasi a non volere dimenticare il passare del tempo. L’eleganza di un colore non corrotto, immobile nella sua perfezione, è quello usato da Emanuela Orciari per il fantastico mondo di Gatto pezzone: situazioni oscure portano in primo piano, ancora una volta, i bianchi della colomba e della gatta di Bubagnon.

Giocosa e ironica si mostra l’illustrazione della giovane
Eva Montanari decisa a catturare l’attenzione con l’arte sapiente del colore. Una vera e propria Arca di Noè si sussegue, con i suoi abitanti, sulle pagine dell’artista: Mamma gallina, la Giraffa della buonanotte, Beatrice, pecora pittrice, una Proboscide aspirapolvere, e ancora Testa di cavolo, testa di rapa. E’ il suo modo di avvicinarsi alla realtà, o di trasfigurarla, caratterizzando psicologicamente i piccoli animali come personaggi umani di una storia. Un groviglio di energie si intreccia sui fogli di Eva Montanari: dalle tonalità accese al segno in continuo movimento, dalle improvvise virate sui volti alle deformazioni spaziali. Eva non si ferma fra il disegno, il collage e la pastosità del colore: e sceglie allora “i tre piccoli mostri” ad illustrare la presenza femminile.

Sono le sirene con il loro canto, invece, ad abitare le grandi carte intelate di
Simona Mulazzani, artista di fama internazionale proveniente dal miglior cinema d’animazione. Una rigogliosa vegetazione, sotto una luce abbacinante, avvolge la sensualità dei corpi delle piccole creature. Immobili nella loro frontalità, le sirene si presentano agli occhi dell’osservatore immerse in un mondo per noi lontano, popolato da polipi, pesci e balene fra palme e piante esotiche. Un sintetismo assoluto sembra guidare il pennello dell’artista nella definizione dei contorni e degli spazi: la composizione si fa chiara, rigorosa nella successione dei colori, un’alta dimostrazione di bravura, sicuramente. Simona Mulazzani è in grado di reinterpretare il mito della sirena ammaliatrice, offrendo l’immagine di una realtà consolante. E di riportaci indietro con la mente fino a quelle atmosfere “primitive” che tanto affascinarono gli artisti agli inizi del Novecento, in fuga verso paesi possibili.

Sospese nell’aria arrivano le protagoniste di Cristiana Cerretti: Chiara dai lunghi capelli neri aperti nel cielo come ali di farfalla, Angelo, la portatrice di “parole di latte” avvolta in una goccia lunare, Pamina e la Strega della notte fluttuanti fra il bianco e il nero delle vesti. Un universo di trasparenze reso attraverso la sperimentazione dei materiali: carte, colle, colori e collage si mescolano sullo sfondo. E’ una danza quella di
Cristiana Cerretti, nata da una continuità della linea divenuta forma, immagine, figura, poi nuovamente linea. Incisa quasi sopra il supporto, questa si muove con leggerezza riempiendo gli spazi di un bianco granuloso, come una mistura di gesso, biacca e garza. E quando Cristiana incontra il colore lo fa appoggiandosi delicatamente sopra la carta, in segno di rispetto, forse, per la sua storia, portata ancora addosso. Non distende, non appiattisce il foglio, ma lo lascia vibrare nelle venature, negli scricchiolii, fra le trame.

Una profonda conoscenza della materia, dagli esiti raffinatissimi, mostra l’arte di
Octavia Monaco, partita proprio dagli antichi segreti dell’oro. Un immaginario fantastico che si mette alla prova, dunque, fra le sperimentazioni di paste, tessuti e colori. Lavori per lo più inediti nella seconda edizione di Farfadet: Rubedo, Fata del bosco silenzioso, Allo specchio, Madre Sirena, Nigredo, Ritratto di fata parlano il linguaggio della ricerca artistica contemporanea, toccando le corde di un intimo lirismo poetico. Grazie alla raggiunta maturità, Octavia può permettersi di non rinunciare alla “decorazione”, al preziosismo di motivi che divengono espressione dell’arte. Frammenti di natura: steli di fiori intrecciati a cornici, una chiocciola, uno specchio, ali di farfalle sono questi gli oggetti ritrovati fra i ritratti dell’artista. E stanno qui con tutta la loro carica simbolica. E’ la vanitas vanitatum che ricorda l’inutilità dei beni terreni e dei lussi mondani: fin dall’antichità il fiore è uno dei soggetti più raffigurati perché associato al concetto della vita breve e della caducità della bellezza; così lo specchio, riflesso evanescente della vita.

Sull’immagine della farfalla si conclude, dunque, il nostro viaggio: simbolo della fantasia di mutamento così ben raccontato nelle pagine di
Alessandra Cimatoribus. Forme attraversate da parole per Quasi farfalle, quindi, dove scrivere e illustrare si mescolano, sul foglio dell’artista, in uno scambio reciproco di strumenti. Alessandra Cimatoribus proviene da una grande scuola, che rappresenta con profonda sensibilità, quella veneta e veneziana, quella dell’est e di Stepan Zavrel. “Il volitivo nocchiero notturno” vola sulle sue carte lasciando una pioggia di colore. E questo frutto viene raccolto dall’illustratrice con la forza del segno e la libertà dello sguardo. Cade ogni sorta di razionale spazialità per dare voce ai movimenti della fantasia: dalle visioni di Adalgisa e Margherita alla magia della Luna con le orecchie fino alla delicata Natività. L’utilizzo delle lettere, come motivo decorativo, firma inconfondibilmente l’opera di Alessandra.

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