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Il manifesto d'autore: Gruau, un esempio riminese | di Barbara Bianchi

Forme lievi e slanciate, tratti insieme tenui e decisi, contrasti di colore in piatte ed essenziali campiture: la favolosa arte di René Gruau dispiega ancora le ali e – in un momento storico che vede la lenta, discreta eclisse dell’affiche dagli scenari pubblici delle nostre città e delle nostre strade – vola ancora alta a raccontarci della propria magia. Un volo che prosegue da oltre 60 anni e che non accenna ad arrestarsi.
“Sono nato a Rimini il 4 febbraio 1909, – racconta Gruau – per lo stato civile il mio nome completo è Renato Zavagli Ricciardelli delle Camminate ma da lungo tempo, nella vita come nel lavoro, sono più conosciuto come René Gruau.” Rimini, Milano, per breve tempo New York, ma soprattutto, ancora e sempre, Parigi sono le città elettive della vita e dell’arte di Gruau. La Rimini esuberante e cosmopolita degli anni venti nel cuore, l’aura di luce e l’eleganza di Parigi in corpo, le immagini e le suggestioni di Toulouse-Lautrec negli occhi, il profumo di Christian Dior nelle narici: l’arte di Gruau nasce per vocazione cosmopolita e raffinata, scenografica e sensuale. Ma le radici espressive di Gruau affondano anche nei grandi fenomeni di consumo che caratterizzano la civiltà metropolitana ottocentesca, a sua volta matrice delle culture del turismo e del tempo libero; negli atelier milanesi e parigini e nelle redazioni delle maggiori riviste di moda del secolo, dove si respira anche l’aura suggestiva dell’arte di grandi cartellonisti della réclame come Leonetto Cappiello o Marcello Dudovich.
Quella di Gruau, tuttavia, è una maestria innata per un percorso del tutto individuale ed autonomo: “La mia vera ricchezza – rivela infatti – è sempre stata la mia indipendenza”.
E prosegue: “Fin da quando mi ricordo, ho sempre disegnato, anche quand’ero piccolissimo. Ancora oggi credo di non avere nessun merito, non ho fatto niente di speciale, perché i disegni mi venivano così, in maniera naturale, senza sforzo. Credo sia un dono innato. Avevo sei o sette anni e già copiavo dalle riviste di mia madre: ‘Vogue’, ‘La Vie Parisienne’, che erano piene di donne elegantissime e di abiti da sera. Provavo ad abbozzare qualche ritratto femminile, mi piaceva disegnare soprattutto le gambe delle donne, ma anche altre cose: animali e case soprattutto.” Non frequenta scuole di disegno, né botteghe di maestri se non, per un breve periodo, quella di un pittore riminese: “Ricordo che mia madre (N.d.R. negli anni Venti) chiese al pittore Gino Ravaioli, che allora era molto conosciuto a Rimini, di esaminare i miei primi lavori. Lui rimase colpito dai miei disegni e si offrì di insegnarmi i primi rudimenti di pittura nel suo atelier di fronte al Duomo. Mi insegnava a tenere la carta, a scegliere i colori e i pennelli giusti. Nel corso di una delle mie prime esercitazioni mi fece ricopiare un bassorilievo con l’effigie di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Ancora oggi penso, per quanto riguarda la mia vocazione al disegno, di dovere tutto a mia madre e non credo nemmeno sia stato del tutto una sfortuna il fatto di non aver potuto frequentare una vera scuola di disegno, perché in questo modo ho dovuto usare molto di più la mia fantasia.”
A Parigi, con Christian Dior, Gruau entra nella storia della moda e della pubblicità. Con il grande stilista francese instaura una collaborazione duratura, senza però tralasciare di dedicarsi all'illustrazione pubblicitaria per i grandi teatri di cabaret parigini (Lido, Moulin Rouge) e per molte alte aziende, anche italiane, che si rivolgono a lui per pubblicizzare i loro prodotti. Gruau lega la sua firma a Ortalion, Cinzano, Bemberg, Givenchy, Rochas, Balenciaga e a tantissimi altri. Anche il cinema e il teatro si contendono quella mano essenziale e decisa, capace di creare immagini attualissime e intramontabili. Dopo la parentesi di New York degli anni cinquanta, tuttavia, che lo porta a conoscere da vicino l’ambiente del cinema hollywoodiano, Gruau decide di starne lontano, di non lavorare per un mondo che non ama: “le star cinematografiche – rivela – erano molto meno interessanti una volta conosciute personalmente. Spesso erano persone senza nessun interesse, noiose, frivole, artificiali… mi annoiavo a tutti quei party e dopo tre mesi decisi di tornare a Parigi.” Due sole, significative eccezioni: l’affiche per “La Dolce Vita” di Federico Fellini e quella per “French Cancan” di Jean Renoir.
La moda resterà sempre il principale campo d’azione e di ispirazione. In un certo senso, con estrema libertà, Gruau ha fatto della frequentazione dell'industria della moda con quella dell'arte – fu anche amico di Pablo Picasso – uno stile di vita. Ma è soprattutto l'universo dell'affiche pubblicitario che gli deve molto – arte “bassa” e vivacissima, che fa parte di quelle che vengono considerate arti “utili”, come il design, la decorazione o la moda, espressioni creative la cui comune vocazione è intervenire nel concreto, nella vita reale. Arti “mondane”, dunque non nobili, che sono tuttavia testimoni e protagoniste del nostro secolo, oggi approdate nei luoghi “sacri” dell’arte, i musei e le pinacoteche. Quello di Gruau è il periodo dorato dell’affiche e del fashion designer: grafici e disegnatori di moda guardano all'arte e l’arte guarda alla moda e alla pubblicità. L’Affiche diviene così una forma artistica di comunicazione che anche molti pittori vogliono avvicinare. Strumento creativo plurisegnico, capace di rendere il sincronismo percettivo di impressioni visive, tattili, sonore, attraverso un uso libero e nuovo della grafica e della tipografia e di nuovi rapporti figurativi tra parola ed immagine. Nell’affiche la parola si fa segno, importante sia per il volto – il suo aspetto grafico – sia per l’anima – il suo significato. Spesso, reificata, colorata, ingrandita, essa compenetra l’immagine mostrando il suo lato iconico e materico; d’altra parte, l’immagine “parla”, diviene simbolo e mito. Di quest’arte Gruau è interprete sublime. Figure femminili solari e sognanti, definite da sensuali segni neri e da scenografici sfondi; rossi sbafi nervosi e nere virgole morbide; sottolineature scure che trasformano sinuose silhouette, corpi e volti in ombre quasi astratte, evanescenti, minimali nei dettagli e generose, sensuali nelle forme; la libertà del disegno, che prevale sull’oggetto rappresentato, e quella della parola, che si fa impronta, simbolo, contrassegno. Immagini che hanno conseguito lo status di icone, entrando nel pubblico immaginario di due generazioni, e che identificano lo stile di Gruau.
Uno stile caratterizzato dall'uso di un segno curvilineo molto marcato, di pochi colori forti e contrastanti, che pur nella sua essenzialità è di grande efficacia iconografica e persuasiva, di misteriosa e forte suggestione. Una magia che nasce anche dalla capacità di metabolizzare il reale in mitologie e credenze, come un alchimista.
Meno è più nel mondo di René Gruau: il suo mondo scarno, essenziale, semplificato – un mondo mai gridato, ma sempre sussurrato con discreta, giocosa, ironica dolcezza – è estremamente evocativo. Sorridenti stereotipi, sogno ed invenzione si fondono in esso con misura, pacatezza e discrezione.
La chiave sta nella maniera in cui Gruau combina l’approccio di un’arte grafica diretta e misurata con un’estrema fluidità della linea e un inaspettato punto di vista che aggiunge reale sensualità ad ogni suo lavoro, capace di restituire il movimento inventivo proprio delle grandi esperienze artistiche.
Sito dell’artista: http://www.rene-gruau.com/

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