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Omaggio
a Giovanni Toccafondo
Due saggi critici
| di Orlando
Piraccini, Annamaria
Bernucci
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"Omaggio
a Giovanni Toccafondo", Cattolica, Galleria Comunale
S.Croce e Centro Culturale Polivalente, dal 22 dicembre al 30 marzo
2003.
Come
già per altre rivisitazioni di pittori e scultori che sono
stati attivi nel nostro territorio durante il secondo novecento,
anche
l'occasione di questa mostra finalmente riepilogativa della lunga,
variegata, vibrante vicenda creativa di Giovanni
Toccafondo, pone immediatamente una questione; di non poco
conto se, come nel caso di Toccafondo, appunto, il complesso dell'opera
ci appare tanto fortemente connotata di autentici valori artistici.
Insomma come spiegare, senza che si provi un senso di stupore, direi
perfino di sbalordimento, il vuoto, o il quasi vuoto, di interessamenti
e di attenzioni da parte della critica verso questo artista? Si potrà
forse dire, come le scarne note biografiche attestano, di una personalità
schiva e appartata, quale dovette essere quella di Toccafondo, assai
poco incline alla “messa in mostra” di sé e della
sua stessa creatività. Ma è più probabile che,
anche per rispondere a questo non irrilevante quesito, sia possibile
attingere elementi utili da uno sguardo non superficiale alle sue
opere. Se è vero, come a noi sembra, che – non diversamente
da quanto accaduto a tanti altri artisti intimisti della sua generazione
– anche Toccafondo ha non poco pagato il prezzo di un'arte vissuta
come qualcosa che fosse, prima d'ogni altra cosa, al servizio della
sua personalità. Ha pagato la sua umiltà assoluta, nel
far coincidere la sua persona con la sua arte. Fin dall'inizio della
propria avventura artistica, l'aspirazione prevalente di Toccafondo
appare comunque volta, non certo scolasticamente, ad una ricerca di
sintesi. In questa ricerca si determina, in fondo, la stessa scelta
del mezzo espressivo, fin da subito ambiguo tra pittura e scultura,
ma che ha significato certezza nel suo cammino esplorativo di una
realtà varia, a volte osservata come dal vero, a volte immaginosa,
ma sempre intensamente emozionale. A
riguardare oggi certe opere pittoriche degli esordi di Toccafondo,
conseguenti agli studi accademici, in particolare accanto a quel
maestro
dello spaesamento figurativo e dell'ambiguità poliprospettica
che è stato Franco Gentilini,
ben si colgono i germi nascenti di una tendenza allo straniamento
rispetto ai climi, alle mode, alle cosiddette tendenze. Così,
più di tanto non può sorprendere, non dico la separatezza,
ma la tangenzialità, questa sì, del giovane marchigiano
rispetto all'esperienza svolta nel clima romano dell'immediato dopoguerra
da tanti esponenti della sua stessa generazione di tendenza realista-esistenziale.
Ma è un fatto che con sorprendente precocità, rispetto
ad una presa di coscienza della cultura figurativa italiana del tempo
l'artista pittore mostra interesse per moventi formalistici in chiave
astratto-espressionista e perfino informale. Dalla conquista di uno
spazio astratto-concreto la pittura di Toccafondo non si è
più discostata. Assai poco margine, dunque, alle fatue speculazioni
estetizzanti, alle facili contaminazioni, ai tanti "ismi"
del dilagante gusto eclettico che ha segnato l'arte nazionale nel
corso degli ultimi decenni del novecento. I "brani di realtà",
macerati, sottilmente contorti, all'insegna di un neonaturalismo lirico,
sentimentale, altamente patetico, sono divenuti a poco a poco "pezzi
d'occulto", parvenze, sembianze, riflessi delle emozioni dell'artista,
tutte proiettate entro la dimensione dell'universo.
Non
molto diversamente il percorso di Toccafondo scultore: il quale,
sempre partendo da una matrice di realtà e attraverso un gioco
complicato di bilanciamenti e di scaricamenti di vecchie eredità
strutturali, ma forse più di sottrazioni di valori plastici
derivati dalla grande tradizione novecentesca, non ultimo quello di
un arcaistico fascino per un primitivismo mitico e fiabesco, riserva
comunque a se stesso un più ampio margine di narratività.
Realissime e simboliche ad un tempo sono certe sue sculture, a partire
almeno dai primi anni settanta: "macchine di sogno eternate nel
fuoco camminano nel tempo, penitenti, offerenti.Teste ispirate a consumati
sassi d'immagini di civiltà dissepolte appartenenti alla crescita
umana approdata da altri tempi", per dirla con le parole di un
altro bravo scultore, lui pure non ancora appieno valutato, qual è
stato Gino Del Zozzo.
Si sa: occorrono mani forti per la scultura, anche quella a superfici
piane, a spigoli netti, a curve improvvise, come nel caso delle forme
di Toccafondo, che a forme elevano attraverso complessi processi
di
deformazione della creta o del metallo o della pietra. Ma è
un'energia vitale, eccezionalmente inesausta anche nelle opere più
tarde, che fa vibrare la materia, con le sue piane e levigate estensioni,
con i suoi improvvisi corrucciamenti, le virate saettanti, con i
suoi
smalti intriganti. Ha forse rilievo quanto ci ha spiegato Carlo
Emanuele Bugatti, in un suo raro intervento critico, a proposito
dello scultore quando affronta i temi della violenza, che cioè
"dagli ectoplasmi di una società futura, che si propone
come passata, autodistrutta appunto dalla violenza che in sé
possiede come germe divoratore, Toccafondo giunge all'enumerazione
della fenomenologia, plasticamente rigorosamente descritta, di una
società scientifica, asettica, feroce nella sua logica di sopravvivenza,
che è nel contempo, logica di autodistruzione". Di sicuro,
però, il fascino delle sue opere plastiche risiede nella rigorosa
semplicità dello schema metaforico, in certi assunti argutamente
surreali, attraverso il quale l'artista ci comunica di sé e
dei suoi più intimi sentimenti. Che poi, dalla sua specola
così solitaria Giovanni Toccafondo pittore e scultore abbia
saputo confrontarsi con gli andamenti più generali della vicenda
artistica contemporanea è cosa anch'essa che merita di essere
indagata a fondo. Basti, per ora, la sua iscrizione fra i tanti e
meritevoli artisti, solo in parte finalmente riscoperti, di una provincia
per davvero non provinciale.
Orlando Piraccini
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Una
fotografia scattata ai tempi dell'Accademia di Belle Arti a
Roma, era il 1958, ritrae Giovanni Toccafondo assieme ai suoi compagni
del corso di pittura: la
sua espressione è contenuta e forse un po' vigile come di chi
sa di essersi avventurato in un grande progetto e di chi è
consapevole di vivere un'esperienza irripetibile. Irrepetibile quell'anno
lo sarà davvero per Giovanni, che presto dovette lasciare
gli studi con il maestro Franco Gentilini
per affrontare più prosaiche soluzioni occupazionali. L'approdo
in Romagna, dopo l'abbandono degli studi accademici, dalla natia Cingoli
dove era nato nel '32 e da Macerata, dove aveva svolto i suoi primi
studi artistici nasce così: prima impiegato come responsabile
artistico in alcune aziende ceramiche dell'entroterra riminese (a
San Marino), poi a Milano e infine nuovamente in Romagna; in parallelo
l'attività di insegnante si profilava come una risorsa ed un
percorso di vita e sarà condotta con scrupolo sino alla fine
e con la mitezza che gli era propria e per la quale era amato e conosciuto.
Laborioso e costante il suo dedicarsi all'arte, ne sono testimonianza
le numerose partecipazioni a mostre e a collettive frequentate sin
dalla fine degli anni '60. L'area d'azione di Toccafondo rimane lungamente
divisa tra Marche e Romagna; tra il 1982 e il 1984 ha partecipato
tra l'altro a due edizioni del Concorso internazionale d'arte ceramica
a Faenza e a Gualdo Tadino, rinomata per la grande tradizione ceramica,
ottenendo riconoscimenti ufficiali.
E' del 1984 una bella personale a Cingoli nella chiesa di San Nicola
e in ordine di tempo, vanno almeno ricordate le ultime mostre realizzate
a Tolentino e a Cattolica nel 1988. Si chiude proprio su quest'ultima
la sua parabola artistica, poiché di lì a poco una lunga
malattia gli impedì di lavorare, lasciandogli solo la possibilità
di dedicarsi al disegno. Si è spento a Cattolica nel 1996.
Creazioni diverse sono quelle che affollano la sua trentennale attività;
Giovanni Toccafondo ci consegna nell'ultimo decennio lavori di elevata
temperatura emozionale: pitture dove sembra affiorare e pulsare il
respiro dell'interiorità, dall'intensità forte e livida;
sculture diversamente concepite e composte rispetto agli anni dell'esordio,
fragili e corrusche come la loro superficie, attraversate da un nerbo
nuovo e da una dilatazione nello spazio che allude a mondi mitici
e primitivi.
Le opere esposte presso la Galleria Santa Croce testimoniano
l'attività dell'artista dagli anni '60-'70 e quindi dalle prove
post-accademiche ai lavori maturi della prima metà degli anni'80.
Soprattutto nella pittura a partire dal 1984-85 Giovanni Toccafondo
traccia un passaggio nuovo e importante verso un lirismo informale
compiuto e di grande intensità. Seguirà un profondo
cambiamento anche nella scultura con opere di maggior respiro ambientale
e strutturale: le opere di quest’ultima fase sono esposte negli
spazi del Centro Culturale Polivalente assieme alla pittura
di grande formato della fine degli anni'80.
Annamaria Bernucci |
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Belvedere
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