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Ambivalenze grafiche | di Bruno Bandini
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Se nell'età pre-tecnologica il fare è un'arte dove si rispecchia la "qualità" dell'artigiano, nell'era della tecnica il fare è produzione, vale a dire razionalizzazione capace di sostituire le proprietà qualitative con criteri di calcolo quantitativo. In questo senso la pratica che aveva generato l'uomo nel suo rapporto con il mondo si trasforma in esecuzione di un'attività che non scaturisce più dall'uomo, bensì dall'apparato di cui l'uomo è solo un riflesso parziale. Nell'eta della tecnica il rapporto dell'uomo con il mondo viene mediato dalle leggi che governano il sistema in cui il singolo individuo si trova ad agire: il fare non esprime l'uomo, bensì la razionalità dell'apparato.

Il processo di umanizzazione d'altro canto si manifesta come progressiva artificializzazione del mondo, costruzione e specializzazione progressiva di famiglie di artefatti, fra le quali spiccano le "immagini". Gli artefatti grafici - che, secondo la derivazione etimologica classica di graféin, sono riferibili tanto alla scrittura, quanto alla pittura, alle modalità della scrittura, al carattere tipo-grafico, ed a quelle della pittura, al disegno delle "figure", sia che queste si presentino come eidetiche o morfologiche -, a loro volta, si presentano come segni, se nascono dalla discrezione di un significato, o come simboli, nel caso in cui vivano sull'eccedenza del significato e sulla sua capacità di fluttuare. Tra segni e simboli si istituisce automaticamente opposizione, quanto piuttosto una sorta di circolarità: i segni tendenzialmente definiscono i significati, ponendo fine alla loro fluttuazione. Se il segno fallisce - poiché non sa stabilire l'appartenenza del suo oggetto - allora diviene un simbolo che, sottratto al dispositivo della rappresentazione concettuale, perdura fino a quando la sua potenza evocativa non si dissolve nell'oblio imposto dalla convocazione concettuale che tende a ricondurre il molteplice ad unità. Il segno - quanto meno in prima approssimazione - convoca, il simbolo evoca.

Le intenzioni autoriali e le morfologie espressive, i significati sociali e le forme tecniche, i modi di produzione ed i caratteri di ricezione che oggi possiamo esperire paiono delineare molteplici "funzioni" linguistiche e poetiche che sostanziano il multiverso della comunicazione visiva. E questo nonostante il fatto che ormai sia persuasione diffusa che le verità si fabbrichino, vale a dire che la verità non risieda nei saperi, bensì siano i saperi, con la loro strumentazione, a produrre la verità.

Forse è questa la novità saliente della nostra epoca, attenta non tanto alla costruzione di un archivio ordinato delle conoscenze, quanto al laboratorio in cui si evidenziano e si confrontano le procedure di costruzione del sapere. Ed all'interno di queste procedure le "arti grafiche" costituiscono uno strumento che risulta essere tanto necessario quanto ambiguo.

Sommario
Numero 8 Dicembre 2003

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Belvedere
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Stefano Campana, architetto e incisore della città celeste
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«Ordinario straordinario»: Frisoni intervista Frisoni
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La mia città immaginata. Rimini nelle parole e nell'arte di Fellini
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Rimini porta d'Oriente
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Galleria
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Terra di passaggio
l'arte nel riminese e il legame col territorio
- L'arte nel riminese dal 300 all'800
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L'arte nel riminese nel 900
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- Il panorama dell'arte contemporanea
nel riminese

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Mostre Virtuali
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Galleria on line
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ILLUSTRISSIMI
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Terrazza
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Crepapelle: storia di una collettiva riminese
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Eventi
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I link del mese:
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Giardino
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Creatività e didattica: esperienze in Regione
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Creolo
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