1986,
Urbino
“Guarda, vieni in
questo punto. Cosa vedi?”
L’animo si gela nell’inseguire un pensiero che ti sfugge.
Cosa può esserci di “grafico” in una corta fila
di mattonelle rosa posate su un terrazzino di cemento? Sicuramente
uno scarto, una rimanenza un intervento recente e “abusivo”
sovrapposto alla monumentale architettura del convento di Santa
Chiara ad Urbino, oggi sede dell’ISIA.
“Vedi che cosa incredibile è questo rosa accanto a
questo grigio e come sapiente è stato il lavoro del muratore?
Puoi ripassare con lo sguardo tutti i gesti che ha compiuto, perché
ognuno ha prodotto un segno differente.”
Questa capacità di vedere il mondo con operosa curiosità,
di stupirsi della naturale poeticità degli oggetti e di trasformarla
in fonte d’ispirazione sempre nuova, è l’emozione
profonda che sa trasmettere Michele
Provinciali se hai la fortuna di incontrarlo e di fare un
tratto di strada insieme a lui. Non è una impresa facile
però, perché il senso profondo del suo insegnamento
sta nell’aprirti nuovi orizzonti cercando spazio nella tua
mente: con grande sensibilità e ironia, ma anche con straordinario
vigore.
1951, Chicago
“C’è
un inscindibile legame tra la creatività e il gioco: ciò
rende il nostro lavoro ancora più difficile ed impegnativo.”
A Chicago, nel ‘51 Michele
Provinciali frequenta le lezioni di Hugo
Weber al New Bauhaus.
Un giorno agli studenti Weber chiede di giocare una partita ad Hokey
con delle mazze speciali: alcune aste di legno con in cima un gessetto.
Il campo è il pavimento in cemento nella mansarda della scuola.
“Fu un’esperienza choccante, pur nella sua brevità!”
Il gesto diventa un percorso fisico. Negli stessi anni Pollok
attraversava le sue grandi tele colandovi il colore.
L’esperienza del segno gestuale diventa il simbolo di un passaggio.
Gli oggetti sono la traccia duratura della nostra esistenza. Non
solo. In quel presente c’è anche il nostro vissuto.
Nei gesti attraversati dal nostro tempo ri-scopriamo noi stessi.
“Guardando il mondo dal di dentro, le immagini riacquistano
una vitalità che le sottrae all'unica dimensione di "prodotto
per gli occhi" alla quale sono spesso ridotte”.
Certo il riconoscersi non è privo di rischi, genera conflitto
e paura. Più volte durante le lezioni abbiamo sentito la
fatica di capire e di capirci.
1975, Teheran
“Generare figure
è come inventare parole”
Il passaggio dal segno informale alla figura è analogo a
quello dal suono disarticolato alla parola.
Quando un segno cattura il nostro sguardo rivelandoci un'immagine,
si crea immediatamente un rapporto tra emozione visiva e intelligenza
della forma.
Il lavoro del grafico consiste principalmente nell’avventurarsi
in quel vasto territorio che divide le idee dalle forme visibili
e nell’orientarsi verso soluzioni possibili.
Operando in questo spazio si scopre che spesso le idee migliori
non sono frutto di un’indagine sistematica, lineare, né
d’altra parte l'intuizione è sufficiente da sola ad
orientarsi.
In questo esercizio ri-creativo, l'immagine è generata in
un approccio analitico nel quale la forma si piega all'idea sino
a figurarla in maniera efficace. Se da un lato occorrono perciò
rigore formale e capacità tecniche, non dobbiamo dimenticare
che la creazione è dialogo e quindi occorre lasciare aperta
la possibilità che siano le forme a suggerirci soluzioni
diverse.
Ciò
che parrebbe una cosa naturale, cioè la capacità di
riconoscere negli oggetti la loro forza simbolica, non è
per niente scontato nel rapporto con gli studenti. Si incontrano
spesso difficoltà e resistenze nell’accettare un dialogo
con la forma. Manca quell’atteggiamento ludico che ci consente
di
cogliere i molteplici aspetti di un rapporto. Accorgersi, stupirsi,
lo stesso scrutare le figure sono atteggiamenti per nulla spontanei.
Quando lo sguardo sintetico ristabilisce il giusto rapporto con
il proprio lavoro, allora si raggiungono risultati spesso inattesi
e sorprendenti. La finalizzazione è infatti la gabbia fin
troppo rigida che condiziona il
metodo di lavoro; dove questa manca si soffre il disagio della libertà.
Eppure è questo il motivo, il senso e l’importanza
del propedeutico: l’indagare sui mezzi ed i metodi giungendo
alla soglia al progetto. Fermarsi alla soglia senza avere fretta
di varcarla per riappropriarsi di quella libertà che richiede
coraggio e l’impegno e che troppo spesso scompare dietro l'alibi
dei vincoli imposti.
1982, Urbino
Esiste un rapporto tra ciò che fai e ciò che sei ma
spesso questa relazione viene soffocata dalla falsa convinzione
che lavoro e vita non devono interferire tra loro pena la rispettiva
alienazione.
Invece l’esperienza del propedeutico ci ha convinto che solo
ristabilendo un dialogo tra ciò che è importante e
ciò che occupa il tuo tempo é possibile rivolgersi
a quel nuovo che non è più forma esteriore ma sostanza.
La Propedeutica alla progettazione si pone l’obiettivo di
mettere in rapporto il saper fare e il saper pensare. Essa costituisce
di fatto la cerniera fra quelle tecniche che sono proprie del mestiere
di grafico e le discipline teoriche che ne sviluppano i contenuti
e le finalità.
Un ruolo delicato e necessario, soprattutto all’interno di
una scuola che mantiene viva la tradizione della bottega e l'idea
dell'artigianalità concepita come elemento peculiare e valore
da custodire.
“Saper fare e saper pensare sono due attitudini ugualmente
necessarie al mestiere di grafico, ma solo un radicale coinvolgimento
emotivo rende possibile la gestione equilibrata di un progetto,
evitando da un lato il tecnicismo esasperato e dall’altro
l'arida astrazione intellettuale.”
2002, Riccione
Questa mostra è il frutto dell’incontro con Michele
Provinciali e di molti altri.
Non ci siamo tanto preoccupati di essere sistematici o esaustivi,
quanto di restituire il più efficacemente possibile le tracce
di un rapporto vissuto prima come studente ed oggi come insegnante.
I totem sono simboli che nascono dall’incontro dei “segni
particolari” che ognuno si porta dentro con una volontà
di forma che li rende unici e necessari.
Questi simboli sono il momento finale di un percorso che parte dalla
gestualità pura impressa col carboncino su grandi fogli di
carta da pacchi: la gestualità viene rielaborata ed entra
in dialogo con un concetto espresso dal nome con il quale ognuno
sceglie di rappresentarsi: marmotta triste, luna di grandine, gabbiano
sfocato e così via.
Al termine della ricerca il totem diventa ritratto simbolico, segno
di passaggio unico e irripetibile. Ma proprio per la sua natura
grafica, essenziale e riproducibile. Con questi segni si dipingono
i corpi e i sassi di fiume, ma si possono anche fare peluches e
applicazioni interattive e, magari, una mostra.
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