|
In occasione di “Illustrissimi”
abbiamo incontrato Claudia Muratori, artista e
futura curatrice della “vetrina d’animazione”
all’interno della III rassegna Farfadet che
avrà luogo a Riccione, nella sede del Castello degli Agolanti,
dal 23 agosto al 7 settembre 2003.
Già nota ed affermata nei circuiti del cinema d’animazione,
fra festival italiani e stranieri, Claudia vede riconosciuto ufficialmente
il suo talento in Francia, nel 1999, grazie al conferimento del
premio internazionale “Residènce Permanente pour realisateurs
Européen de film d’animation” che le offre la
possibilità di lavorare all’opera Devetue
presso l’importante studio francese “Folimage”.
Intervistata riguardo alla sua esperienza, in relazione anche alla
situazione italiana, Claudia Muratori riscopre per noi “la
magia e l’incanto del movimento” sulle tracce dell’antica
“lanterna magica”.
Ripensando alla storia del
cinema d’animazione si è spinti ad andare indietro
nel tempo, nel tentativo quasi di recuperare l’antica memoria
del movimento. Come potremmo “illustrare” la nascita
di questa misteriosa forma d’arte?
Credo che tutto nasca dal desiderio di vedere e catturare il movimento,
ma ancora prima di raccontare semplicemente la vita, di animare
gli oggetti. Addirittura gli antichi popoli incidevano su pietra
scene di esistenza quotidiana ripetendo le pose, come delle vere
e proprie pellicole. Ma nella stessa storia umana ci sono piante,
fiori, animali e montagne che parlano, consigliano e camminano.
Perfino Gesù
da piccolo giocando con il fango creò degli uccellini e poi
moltiplicò da adulto i pani. Così i bambini immaginano
nei loro giochi risposte e azioni che in realtà non esistono.
Certo, le ombre cinesi in questa storia possiedono un ruolo meraviglioso.
Si riunivano di sera e giocando con le mani poste davanti alle candele
creavano delle forme, delle ombre appunto, sui muri delle stanze.
Nasceva poi la lanterna magica del Medioevo: una scatola con una
forte fonte di illuminazione interna e delle figure disegnate su
delle lastre poste davanti ad essa. Un’ingegnosa invenzione
per passare serate in compagnia di immagini e storie proiettate.
Col progresso della scienza ottica si introdussero le lenti e quindi
la possibilità di modificare la grandezza, poi fu la volta
della fotografia fino ad arrivare al cinema…
Questa è la storia del
cinema d’animazione, ma la tua, quella di Claudia Muratori,
che da Riccione se ne è andata per ricercare qualcosa d’altro,
prima nella capitale romana e poi fra le città della Francia,
qual è?
Il mio percorso è iniziato ad Urbino, e non è un caso,
proprio nella città ideale, dove la magia è vera fra
le piazze e i palazzi antichi. In questa aura sono cresciuta per
nove anni provando a sperimentare le primissime animazioni. Poi
il bisogno di uscire, o meglio di entrare nel mondo, mi ha portato
a Roma. Qui ho vissuto, credo, il cinema conoscendo persone e situazioni
affascinanti, qui i miei lavori hanno iniziato a girare incontrando
nei festival l’attenzione degli esperti. Potentiae,
realizzato nel 1996, è stato presentato al festival “Sosta
vietata” di Raisat nel Palazzo delle Esposizioni di Roma,
quindi a "Metamorfosi” nel Goethe Institut, poi all’esposizione
d’Arte-Video-Installazione del Temple University of Rome.
Ho realizzato quattro film d’animazione, tutti autoprodotti,
grazie anche all’aiuto degli amici di Urbino che mi hanno
messo a disposizione gratuitamente i loro strumenti.
Potentiae del 1996,
Due dell’anno successivo, Rouge e Sospesa
del 1998 sono i film realizzati in Italia secondo un procedimento
tecnico comune. Vuoi raccontarci brevemente come nascono le tue
opere?
Nascono da linee in movimento in uno spazio monocolore. Dal punto
di vista tecnico, che è comune in queste opere, i disegni
sono eseguiti a penna su carta in piano sequenza, cioè ripresa
in negativo su supporto magnetico. Non partono come immagini elaborate
al computer, ma passano attraverso questo solo in fase di post produzione.
Comune è anche il lungo lavoro di cui hanno bisogno, basti
pensare che un minuto di disegno animato si traduce in circa 1.500
disegni.
Nel 1999 vinci il concorso
francese che ti porta a Valence, per un anno e mezzo circa, a produrre
un tuo lavoro. Una mèta ambita, credo, per ogni animatore.
Ottenere una produzione è una cosa difficile nell’ambito
del genere animato. Certo vincere il concorso “Residènce
Permanente pour realisateurs Européen de film d’animation”
ha cambiato molte cose. Sicuramente la percezione di quello che
accade fuori Italia, dove la varietà, la libertà nella
sperimentazione, ma soprattutto le possibilità di produrre
sono superiori. Ciò che in Italia si sperimenta, fuori è
già accademia. Questo dipende dalla mancanza di mezzi tecnici,
non da altro. Anzi, l’Italia ha nell’illustrazione,
non soltanto una lunga tradizione, ma anche un altissimo livello
di preparazione.
Vincendo il concorso internazionale, ho potuto lavorare all’attuale
produzione Devetue
con nuovi strumenti.
Hai fatto riferimento all’illustrazione
parlando della situazione del cinema d’animazione. Questa
è stata per te, fino a poco tempo fa, solo un punto di partenza,
un segno da animare. Ora però le cose stanno cambiando? Quali
altri novità ancora?
In questo ultimo periodo sto sperimentando l’illustrazione
legata al libro per l’infanzia, quindi all’editoria.
E così in agosto curerò una “vetrina d’animazione”
all’interno della rassegna d’illustrazione Farfadet.
Credo nella valorizzazione di questa forma d’arte, per farla
uscire dai circuiti ristretti a cui è sottoposta. Credo nell’incanto
del segno-disegno.
|