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C'era tante volte quante sono le notti
Intervista a Arianna Papini | di Daniela Grossi

Illustratrice e scrittrice, Arianna Papini da oltre dieci anni lavora nell’editoria per l’infanzia in veste sia di artista che di direttore editoriale della fiorentina casa editrice Fatatrac. All’attività artistica unisce anche l’impegno, presso scuole e biblioteche, per la diffusione della letteratura tra i bambini. E’ vincitrice di prestigiosi premi: dal primo premio nazionale “Libro per l’Ambiente” 1998 con Lisa un anno con la taccola (Fatatrac, 1998), al pluripremiato e segnalato Amiche d’ombra (Fatatrac, 200) fino al primo premio “Alpi Apuane” per il miglior albo illustrato 2001 con Incanti (Lapis, 2001) e al primo premio “Andersen” 2002 per il miglior libro 6-9 anni con Il Gobba dei randagi (Fatatrac, 2002).
Nel mese di maggio Arianna Papini terrà il primo dei corsi rivolti a giovani illustratori che si svolgeranno a Riccione nei week-end del 16-17-18; 23-24-25; 30-31 maggio e 1 giugno 2003.



Su quali studi ti sei formata?

Ho fatto il Liceo Artistico dove ho studiato l'arte classica e rinascimentale, conoscenze fondamentali a mio parere per un illustratore. Poi ho fatto l'università, ho studiato architettura dove ho imparato molte cose sulla produzione industriale e sul design. Ma da un punto di vista illustrativo mi considero un'autodidatta, ho
semplicemente disegnato molto e per molti anni.

Come è iniziata la tua esperienza editoriale ed artistica?

Sono direttore editoriale e artistico alla casa editrice Fatatrac dove curo la parte grafica delle edizioni. Quando ho iniziato a lavorare lì, nell'88, mi sono occupata dell'ufficio stampa, poi dopo alcune esperienze in studi tecnici e redazionali ho maturato una certa esperienza nell'impaginazione al computer. Svolgo, al di fuori
dell'ufficio, libera professione per quanto riguarda il lavoro di scrittrice e illustratrice. Mi è servito molto, nei primi anni di formazione, lavorare con i bambini nei laboratori sulla lettura.

Cosa pensi del mondo dell’illustrazione e della situazione anche in rapporto all’editoria?

Come dico sempre, in Italia ci sono moltissimi bravi illustratori che ancora non fanno gli illustratori. Sono giovani ma anche persone non più giovani in attesa della possibilità di mostrare a qualcuno il proprio lavoro. Credo che sarebbe compito delle case editrici fare maggiore ricerca, anche inserendo in organico alcuni esperti di illustrazione al posto di figure manageriali molto distanti dal mondo dell'arte e della creatività.

Ritieni paritario il rapporto fra immagine e parola o pensi che l’una debba sottostare all’altra?

Pareva un giocoAssolutamente no. Credo che l'illustratore e lo scrittore abbiano lo stesso diritto di esprimere la propria arte liberamente, e questa convinzione mi ha sempre guidato nel lavoro alla Fatatrac come in quello di scrittrice e illustratrice. Il disegno e la scrittura sono due linguaggi paralleli, ciò che leggiamo immaginiamo e dunque anche ciò che vediamo, l'illustrazione, deve lasciare spazio all'immaginario. In questo l'immagine stereotipa è un disastro, poiché i bambini non sono educati alla antasia e perdono una ricchezza che poi non torna più.
Come in una sinfonia le voci sono due, inscindibili, ma ognuna si fa sentire per uello che è ed è riconoscibile nel risultato finale di un buon libro. Illustrazione e testo dialogano tra loro, si incontrano, diventano a volte una cosa sola quando sono accostati in modo giusto. Come in un coro, mai una voce deve sopraffare l'altra, deve solo sottolinearla. Il lavoro dell'art director è di grande responsabilità in questo perché obbligare un illustratore a illustrare un testo lontano dalla sua arte è grave quanto far illustrare male un bel testo.

Come nascono i tuoi racconti: dalle immagini o dalle parole?

A volte un libro nasce nella storia che scrivo e solo dopo immagino i disegni, per gli albi è diverso, spesso nascono insieme testo e immagini e si influenzano tra loro nell'iter che porta l'idea fino alla nascita del libro. Il mio primo libro "importante", nel senso che ha dato una svolta alla mia vita di illustratrice-scrittrice, C'era tante volte quante sono le notti, è nato da un disegno, quello della copertina, realizzato per una mostra. Ugualmente il mio Pinocchio illustrato è nato da una mostra su Pinocchio per la quale ho realizzato una tavola. Ma quasi sempre, e credo che questa sia una sorta di deformazione professionale, mentre scrivo o illustro ho nella mente il libro finito, il suo formato, i colori della copertina e addirittura mi sembra di sfiorare la carta delle sue pagine.

Quando arrivano da te i giovani illustratori che cosa pensi serva loro in primo luogo, sia a livello formativo che relazionale?

IncantiServe loro affetto, dedizione e curiosità da parte mia, e soprattutto molto rispetto. Hanno bisogno di essere guardati e ascoltati perché quasi sempre, nel profondo, hanno già intrapreso una strada da cui difficilmente devieranno. Guardare e ascoltare sembra scontato ma non lo è. Chi si presenta come illustratore a un art director mette nelle sue mani non solo il suo lavoro ma anche tutti i suoi sogni, le speranze, il suo futuro.
Quando incontro per la prima volta un illustratore sono curiosa di lui, non vedo l'ora di sfogliare il suo portfolio ma osservo anche le sue mani, mani sporche di tinta o curatissime e affusolate, o con le unghie smangiucchiate e quasi sempre riesco a indovinare come lavora. So per esperienza che quando si disegna con il cuore si amano appassionatamente le proprie illustrazioni, questo mi permette di comprendere sempre e comunque cosa viene a darmi di se stesso chi ho di fronte a me e questo mi aiuta a dare un consiglio a tutti, anche a quelli che so che non potrò fare lavorare. Illustrare non è un semplice lavoro, è un modo di vivere e io so che quella persona che ho di fronte ha fatto uno sforzo grandissimo per mostrarmi questa intima parte di sé, e soprattutto per sottoporla al mio giudizio.
E' un lavoro molto bello il mio, mi dà l'opportunità di discutere e scambiare esperienze artistiche di ogni genere, di conoscere mondi lontani e diversissimi che però sono uniti da un unico intento, la volontà di comunicare agli altri. Indescrivibile poi l'emozione di quando da quelle cartelle esce fuori qualcosa di meraviglioso. Ricorderò sempre alcuni miei primi incontri, con la Ceccoli o la Cimatoribus o il Becerica, la Scuderi, la Facchini, persone semplici e profondissime armate solo della propria arte che aspettavano unicamente di poter mostrare a qualcuno di cosa fossero capaci.

Cosa possiamo dire agli allievi che incontrerai a Riccione nel prossimo mese di maggio? Quale progetto intraprenderai?

Credo che cercherò subito di conoscerli bene dal punto di vista artistico. Vorrei riuscire ad aiutarli a trovare la propria strada, sembra un progetto ambizioso ma a volte ci si può riuscire durante un colloquio di pochi minuti per cui conto di avere tutto il tempo per farlo. Non insegnerò loro né tecniche né modi, ché di queste cose ne sapranno certamente più di me, ma li lascerò disegnare liberi perché dovranno imparare a sfrondare, spogliarsi del più, di tutto ciò che è inutile e che hanno accumulato negli anni. L'importante è, come in una scultura di Michelangelo, togliere e togliere per arrivare al nocciolo della propria esperienza artistica. Cercherò poi, ma questa è una questione in qualche modo di minore importanza, di dare loro alcune dritte su come muoversi in questo affascinante e difficilissimo mondo dell'editoria per ragazzi.

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