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Illustratrice
e scrittrice, Arianna Papini da oltre dieci anni
lavora nell’editoria per l’infanzia in veste sia di
artista che di direttore editoriale della fiorentina casa editrice
Fatatrac. All’attività artistica unisce anche
l’impegno, presso scuole e biblioteche, per la diffusione
della letteratura tra i bambini. E’ vincitrice di prestigiosi
premi: dal primo premio nazionale “Libro per l’Ambiente”
1998 con Lisa un anno con la taccola (Fatatrac, 1998),
al pluripremiato e segnalato Amiche d’ombra (Fatatrac,
200) fino al primo premio “Alpi Apuane” per il miglior
albo illustrato 2001 con Incanti (Lapis, 2001) e al primo
premio “Andersen” 2002 per il miglior libro 6-9 anni
con Il Gobba dei randagi (Fatatrac, 2002).
Nel mese di maggio Arianna Papini terrà il primo dei corsi
rivolti a giovani illustratori che si svolgeranno a Riccione nei
week-end del 16-17-18; 23-24-25; 30-31 maggio e 1 giugno 2003.
Su quali studi ti sei formata?
Ho fatto il Liceo Artistico dove ho studiato l'arte classica e rinascimentale,
conoscenze fondamentali a mio parere per un illustratore. Poi ho
fatto l'università, ho studiato architettura dove ho imparato
molte cose sulla produzione industriale e sul design. Ma da un punto
di vista illustrativo mi considero un'autodidatta, ho
semplicemente disegnato molto e per molti anni.
Come è iniziata la tua
esperienza editoriale ed artistica?
Sono direttore editoriale e artistico alla casa editrice Fatatrac
dove curo la parte grafica delle edizioni. Quando ho iniziato a
lavorare lì, nell'88, mi sono occupata dell'ufficio stampa,
poi dopo alcune esperienze in studi tecnici e redazionali ho maturato
una certa esperienza nell'impaginazione al computer. Svolgo, al
di fuori
dell'ufficio, libera professione per quanto riguarda il lavoro di
scrittrice e illustratrice. Mi è servito molto, nei primi
anni di formazione, lavorare con i bambini nei laboratori sulla
lettura.
Cosa pensi del mondo dell’illustrazione
e della situazione anche in rapporto all’editoria?
Come dico sempre, in Italia ci sono moltissimi bravi illustratori
che ancora non fanno gli illustratori. Sono giovani ma anche persone
non più giovani in attesa della possibilità di mostrare
a qualcuno il proprio lavoro. Credo che sarebbe compito delle case
editrici fare maggiore ricerca, anche inserendo in organico alcuni
esperti di illustrazione al posto di figure manageriali molto distanti
dal mondo dell'arte e della creatività.
Ritieni paritario il rapporto
fra immagine e parola o pensi che l’una debba sottostare all’altra?
Assolutamente
no. Credo che l'illustratore e lo scrittore abbiano lo stesso diritto
di esprimere la propria arte liberamente, e questa convinzione mi
ha sempre guidato nel lavoro alla Fatatrac come in quello
di scrittrice e illustratrice. Il disegno e la scrittura sono due
linguaggi paralleli, ciò che leggiamo immaginiamo e dunque
anche ciò che vediamo, l'illustrazione, deve lasciare spazio
all'immaginario. In questo l'immagine stereotipa è un disastro,
poiché i bambini non sono educati alla antasia e perdono
una ricchezza che poi non torna più.
Come in una sinfonia le voci sono due, inscindibili, ma ognuna si
fa sentire per uello che è ed è riconoscibile nel
risultato finale di un buon libro. Illustrazione e testo dialogano
tra loro, si incontrano, diventano a volte una cosa sola quando
sono accostati in modo giusto. Come in un coro, mai una voce deve
sopraffare l'altra, deve solo sottolinearla. Il lavoro dell'art
director è di grande responsabilità in questo perché
obbligare un illustratore a illustrare un testo lontano dalla sua
arte è grave quanto far illustrare male un bel testo.
Come nascono i tuoi racconti:
dalle immagini o dalle parole?
A volte un libro nasce nella storia che scrivo e solo dopo immagino
i disegni, per gli albi è diverso, spesso nascono insieme
testo e immagini e si influenzano tra loro nell'iter che porta l'idea
fino alla nascita del libro. Il mio primo libro "importante",
nel senso che ha dato una svolta alla mia vita di illustratrice-scrittrice,
C'era tante volte quante
sono le notti, è nato da un disegno, quello della
copertina, realizzato per una mostra. Ugualmente il mio Pinocchio
illustrato è nato da una mostra su Pinocchio
per la quale ho realizzato una tavola. Ma quasi sempre, e credo
che questa sia una sorta di deformazione professionale, mentre scrivo
o illustro ho nella mente il libro finito, il suo formato, i colori
della copertina e addirittura mi sembra di sfiorare la carta delle
sue pagine.
Quando arrivano da te i giovani
illustratori che cosa pensi serva loro in primo luogo, sia a livello
formativo che relazionale?
Serve
loro affetto, dedizione e curiosità da parte mia, e soprattutto
molto rispetto. Hanno bisogno di essere guardati e ascoltati perché
quasi sempre, nel profondo, hanno già intrapreso una strada
da cui difficilmente devieranno. Guardare e ascoltare sembra scontato
ma non lo è. Chi si presenta come illustratore a un art director
mette nelle sue mani non solo il suo lavoro ma anche tutti i suoi
sogni, le speranze, il suo futuro.
Quando incontro per la prima volta un illustratore sono curiosa
di lui, non vedo l'ora di sfogliare il suo portfolio ma osservo
anche le sue mani, mani sporche di tinta o curatissime e affusolate,
o con le unghie smangiucchiate e quasi sempre riesco a indovinare
come lavora. So per esperienza che quando si disegna con il cuore
si amano appassionatamente le proprie illustrazioni, questo mi permette
di comprendere sempre e comunque cosa viene a darmi di se stesso
chi ho di fronte a me e questo mi aiuta a dare un consiglio a tutti,
anche a quelli che so che non potrò fare lavorare. Illustrare
non è un semplice lavoro, è un modo di vivere e io
so che quella persona che ho di fronte ha fatto uno sforzo grandissimo
per mostrarmi questa intima parte di sé, e soprattutto per
sottoporla al mio giudizio.
E' un lavoro molto bello il mio, mi dà l'opportunità
di discutere e scambiare esperienze artistiche di ogni genere, di
conoscere mondi lontani e diversissimi che però sono uniti
da un unico intento, la volontà di comunicare agli altri.
Indescrivibile poi l'emozione di quando da quelle cartelle esce
fuori qualcosa di meraviglioso. Ricorderò sempre alcuni miei
primi incontri, con la Ceccoli
o la Cimatoribus o il
Becerica, la Scuderi,
la Facchini, persone
semplici e profondissime armate solo della propria arte che aspettavano
unicamente di poter mostrare a qualcuno di cosa fossero capaci.
Cosa possiamo dire agli allievi
che incontrerai a Riccione nel prossimo mese di maggio? Quale progetto
intraprenderai?
Credo che cercherò subito di conoscerli bene dal punto di
vista artistico. Vorrei riuscire ad aiutarli a trovare la propria
strada, sembra un progetto ambizioso ma a volte ci si può
riuscire durante un colloquio di pochi minuti per cui conto di avere
tutto il tempo per farlo. Non insegnerò loro né tecniche
né modi, ché di queste cose ne sapranno certamente
più di me, ma li lascerò disegnare liberi perché
dovranno imparare a sfrondare, spogliarsi del più, di tutto
ciò che è inutile e che hanno accumulato negli anni.
L'importante è, come in una scultura di Michelangelo,
togliere e togliere per arrivare al nocciolo della propria esperienza
artistica. Cercherò poi, ma questa è una questione
in qualche modo di minore importanza, di dare loro alcune dritte
su come muoversi in questo affascinante e difficilissimo mondo dell'editoria
per ragazzi.
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