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Illustrazione e parola | di Gloria Soriani

Ferrarese, laureata in filosofia, Gloria Soriani gioca creativamente col linguaggio e le sue forme elementari reinventando i segni dell’alfabeto.
Ha elaborato fino ad oggi più di tremila forme di lettere, sondando l’intenso e magico rapporto che unisce da sempre testo e illustrazione.


Sito internet: http://gloriasoriani.interfree.it/


L’illustrazione di un testo scritto può seguire due strade.
La prima, maggiormente praticata, con esiti non sempre felici, consiste nell’illustrare il senso compiuto di una frase o di un racconto, facendone riproduzione visiva. La miniatura antica è, a mio parere, l’esempio più alto, madre di tutte le successive trasformazioni. Il mio percorso ha preso avvio, una decina di anni fa, proprio da lavori di calligrafia e di riproduzione di miniature. Una variante, all’interno di questa scelta grafica, è l’interpretazione creativa e fantastica, quindi meno letterale, di ciò che il racconto stimola alla mente dell’illustratore.
L’altra strada è impervia, ma, a mio parere, se felicemente realizzata, può portare a risultati più interessanti e stimolanti. Essa consiste nell’astrarre il segno dal significato, nell’elaborarlo e nel giocare, attraverso il movimento spaziale, il colore, le forme, fino a creare un oggetto in sé, munito di vita propria, il quale, attraverso l’emozione e il giudizio di colui che osserva, richiama una delle innumerevoli sfaccettature che il testo può assumere per il lettore. Questo vale per la letteratura, per la poesia, ma anche per la musica. Chi legge una pagina o ascolta un brano, secondo me lo riscrive, lo ricompone.
Prendiamo, ad esempio, un campo d’estate. 1) posso rappresentarlo attraverso la riproduzione dell’immagine di un campo; 2) oppure posso partire dalla lettera C, o dalla E, elaborarle attraverso forme astratte e colori (i gialli, gli ocra e le terre, i verdi) fino a ricostruire sulla retina dell’osservatore sensazioni e tonalità che lo facciano pensare non alla mia interpretazione, bensì alla sua personale, individuale idea/rappresentazione di un campo d’estate.
A tibetanaLa sensibilità di chi osserva una figura, sicuramente nega la figura stessa, specie se l’apprezza, e la riconduce a parametri che possono essere diversi dalle intenzioni dell’artista. Se così non fosse, mancherebbero i colori dell’emozione. L’ho più volte constatato realizzando migliaia di forme di lettere alfabetiche: la lettera A può essere illustrata in centinaia di modi, ognuno differente, e per aiutarmi ad individuarli è stata fondamentale la mia precedente esperienza calligrafica. Se io mostro tutti questi segni ‘A’ a persone diverse, ognuna di loro individua la forma preferita, in base alle linee, al colore, agli elementi astratti che la decorano, e la scelta è dettata dagli elementi culturali più profondi. Io stessa, quando regalo una iniziale a un amico, cerco un modello di quella lettera che mi ricordi la sua personalità.
Illustrazione può essere anche quella delle variazioni su un tema (ancora una volta mi viene in aiuto il linguaggio musicale), come quello dell’alfabeto. Ne ho realizzati cinque, ispirandomi a Mirò, Kandinsky, Klee, Picasso, Braque. Sono le stesse 21 lettere, ma completamente differenti le une dalle altre. Gli adulti guardano la rappresentazione complessiva, l’accostamento dei colori, i particolari. I giovanissimi, nella fascia elementari/medie, alle prese ancora con il processo di alfabetizzazione, li comparano invece fra di loro, cercando la soluzione grafica che viene data ad ogni singola lettera nelle cinque versioni. A volte, semplicemente, sorridono e si divertono, rinunciando volentieri a una spiegazione scolasticamente corretta.

Alfabeto Kandinsky
Alfabeto Klee
Alfabeto Braque

Dicevo, qualche anno fa, in occasione della inaugurazione di una mia mostra alla Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara: “Fino al momento in cui, per esigenze e curiosità di lavoro, cominciai a esercitarmi nella calligrafia, la mia laurea in filosofia mi aveva indotto ad occuparmi dei contenuti, e non delle forma delle singole lettere. Studiavo centinaia di pagine, pensieri, teorie che richiedevano milioni di parole. Con la pratica calligrafica, alle prese con le antiche scritture, l’italico, il corsivo inglese, il gotico delle pergamene, il gotico antico e quello moderno, la mia attenzione, a poco a poco, si è focalizzata sul segno come pura forma, al di là del suo significato linguistico.
T Può avere vita propria una singola lettera? In sé, non è bella, ma ridisegnata, colorata, slegata dal suo severo compito, dall'ordine obbligato, può diventare divertente e inquietante. La lettera modifica così il suo scopo, si trasforma da parte di una parola in semplice e libero segno astratto. Chiunque la osservi senza preoccuparsi del significato, può vedere, nel disegno, ciò che preferisce: una nuvola, un fiore, un rinoceronte, o solo una tranquilla e distratta fantasia di linee, di cerchi, di triangoli, restituendo all'immaginazione la massima libertà”.
La libera creazione non è sinonimo di indifferenza. Ha l’intenzione anche di aggredire la realtà, che quando scivola in un ordinato opportunismo trova motivi per l’oppressione, per la triste obbedienza che giustifica le guerre.
In questa direzione va anche la mia scelta di occuparmi, da qualche anno, di alfabeti diversi dal latino, come quello ebraico, l’armeno, il cinese, il tibetano, lo zingaro (a breve mi dedicherò anche a quello arabo). Ho sviluppato, in questo modo, un’altra specie di illustrazione: la decorazione della lettera straniera con forme della lettera latina corrispondente. L’interno della iniziale alfabetica viene così illustrato per mezzo del segno corrispettivo, con l’intento di creare una sorta di dialogo tra mondi e culture diverse, che comunicano tra loro nella sintesi armonica di una lettera “miniata”. Essa contiene in sé il suo significato e, nello stesso tempo, la sua negazione, in una soluzione positiva che vuole essere simbolicamente un augurio e un concreto impegno civile orientato al confronto. Insieme si può, e si deve. Altrimenti, citando Goya, “il sonno della ragione genera mostri”.
O KandinskyIo ritengo che l’arte (la cui definizione è molto impegnativa e dai contorni sfuggenti, spesso ambigui) non debba rimanere imbrigliata nelle reti dell’ideologia: penso, per esempio, ai gravi danni di tanta produzione artistica di regime, qualunque esso sia.
Il mio è un atto di cannibalismo. Mi nutro intensamente del mio tempo, fatto di forti vicende umane, e sicuramente partecipo, mi schiero. Non rinuncio all’opinione, benché disegnata, senza cautele.
La sorprendente ed esplosiva magia che sta alla base della grande arte del ‘900 (penso, fra gli altri, a Mirò, a Kandinsky, a Klee) è proprio la stridente contraddizione fra la totale libertà, la felice leggerezza, l’inconscia improvvisazione dei loro risultati e, di contro, il percorso intellettuale, meticoloso, lento, spesso difficile e doloroso, che li ha preceduti e accompagnati.
E’ lo stesso processo che accade nella musica: estremo rigore compositivo, totale libertà interpretativa. Nessuno, come detto, ascoltando lo stesso brano musicale, percepisce le stesse identiche emozioni. Sia Kandinsky che Klee furono musicisti, e la musica ebbe un ruolo fondamentale nella loro arte.
In realtà, quella apparente contraddizione è la più alta e felice sintesi della loro capacità dialettica di risolvere tesi e antitesi, in un risultato più alto e, quindi, più concretamente libero. E’ la contraddizione, la capacità di dire no, che fa muovere il mondo.

Ruota Zingara
E cinese
H ebraica

 

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