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Riccardo
Vlahov è fotografo ed esperto di storia e conservazione
della fotografia. Opera presso l’Istituto per i Beni Culturali
della Regione Emilia Romagna fin dai primi anni ’70. Ha realizzato
varie indagini sui beni culturali, è autore di servizi fotografici
su aspetti del territorio regionale e nazionale e ha pubblicato
in tale materia diversi volumi.
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Tina Lupo
- Nereide, 1993
Riccione, Parco della Resistenza
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Tonino Guerra -
Il bosco della pioggia, 2000
Riccione, p.le Roma
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Federico Brook - Nuvola astronomica,
1993
Riccione, Parco della Resistenza
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Come è nata e si è sviluppata
in te la passione per la fotografia? Com'è cominciata la
tua esperienza, in quale clima culturale?
Ho iniziato a fotografare molto presto, all’età di
otto anni. Ero incuriosito dalla dimestichezza che mio padre e mia
madre avevano con la fotografia e, come tutti i bambini, volevo
cercare di imitarli. I miei genitori colsero l’occasione per
mettermi alla prova: mi affidarono una vecchia (ma ottima) macchina
a soffietto degli anni Trenta e mi insegnarono i primi rudimenti
di tecnica e di estetica fotografica. Dovevo destreggiarmi tra scelte
di tempi e diaframmi e regolazioni, obbligatoriamente manuali, di
messa a fuoco, senza l’aiuto di alcun automatismo, come del
resto facevano anch’essi con l’allora moderna Rolleiflex
6x6. I risultati erano soddisfacenti sul piano tecnico, ma
scarsi su quello estetico. Le operazioni di sviluppo e stampa venivano
eseguite da un laboratorio fotografico, precludendomi la scoperta
della cosiddetta “magia” della camera oscura.
Imparata l’arte, la “misi da parte” per diversi
anni. Rispuntò nell’ultimo biennio del liceo scientifico,
forse stimolata dalla mia attitudine al disegno, dal mio interesse
all’osservazione analitica delle immagini ed anche da una
mia collaborazione all’organizzazione di un concorso fotografico
riservato agli studenti del Liceo Fermi, di Bologna, che frequentavo
in quegli anni. Fu quella l’occasione per sperimentare direttamente
le tecniche di camera oscura, in particolare la stampa in bianco
e nero, che metteva in evidenza tutti gli errori (tecnici ed estetici)
commessi in fase di ripresa, stimolandomi a un continuo miglioramento
nella realizzazione delle immagini.
Era la fine degli anni Sessanta. Le immagini fotografiche riprodotte
dai mezzi di informazione a stampa comunicavano con grande efficacia
piccoli e grandi eventi di quell’epoca, e i fotografi che
pubblicavano su Time, Life, o su Epoca
o L’Espresso, acquisivano piena dignità di
autori, capacità espressive quanto meno alla pari degli inviati
speciali del giornalismo. L’attività di fotografo costituiva
pertanto, in quegli anni, un possibile obiettivo da raggiungere,
un’attività alla quale dedicare con entusiasmo e convinzione
la propria esistenza.
I miei primi impegni di lavoro si svilupparono in ambito giornalistico,
su temi di carattere sociale, collaborando prima con un periodico
locale e poi con Skema, rivista diffusa a livello nazionale
assai nota negli anni Sessanta e Settanta, che si avvaleva della
fotografia come strumento primario di informazione.
Quale ritieni sia il
ruolo della fotografia, tra documento e interpretazione, per la
conoscenza dei beni culturali?
Anche le attività di tutela, conoscenza e valorizzazione
dei beni culturali trovano nella fotografia uno strumento di grande
efficacia. Mi riferisco, per fare alcuni esempi del passato, all’attività
svolta dal Gabinetto Fotografico
Nazionale, alla collaborazione tra Corrado
Ricci e il “dilettante fotografo” Alessandro
Cassarini (che operò nel territorio emiliano, romagnolo
e marchigiano), all’attività di un altro “dilettante”,
Secondo Pia, che fotografò
le emergenze architettoniche storiche del Piemonte nel medesimo
periodo di attività di Cassarini, tra Otto e Novecento.
Tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta l’esemplare
lavoro di Paolo Monti
sulla situazione dell’architettura e dell’urbanistica
nella nostra regione costituisce ancor oggi un fondamentale modello
di riferimento. La fotografia supera il ruolo limitato e passivo
di “documentazione” e assume quello attivo di “interpretazione”
nella misura in cui il suo autore è in grado di analizzare,
comprendere, interpretare e comunicare attraverso il “medium”
fotografico. Anche una semplice riproduzione può divenire
“interpretazione”, se eseguita con cognizione di causa.
Uno dei lavori più impegnativi da me affrontati nel corso
dell’attività svolta in IBC è stata la campagna
fotografica sui teatri storici: le riprese fotografiche seguivano
alcune rigorose linee progettuali che contribuirono a dare efficacia
alle immagini prodotte e a introdurre uno stile di rappresentazione
dello spazio teatrale che usciva dalla banale ripresa frontale della
sala o del palcoscenico. Documentazione e interpretazione si integravano
reciprocamente per rendere, nelle maniera più completa possibile,
la realtà di insiemi architettonici e artistici complessi
come i teatri storici.
Partendo dall’esempio di Monti, Quali
altri fotografi stanno portando avanti esperienze di questo tipo
sul territorio?
Monti ci ha lasciato troppo presto; aveva certamente ancora molto
da dire e da fare. Ha tracciato però un buona strada da seguire.
Alcuni stanno percorrendo la traccia lasciata da Paolo
Monti, con intenti, motivazione e stili differenti. Oggi
mi pare ci sia maggiore qualità nella fotografia: è
più consapevole e colta. Sono invece sempre più rare
le iniziative che si avvalgono della fotografia come strumento di
indagine. Una di queste rarità è opera dell’Assessorato
all’Edilizia della Regione Emilia-Romagna, che ha affidato
a Gabriele Basilico
il compito di eseguire una campagna fotografica sui luoghi della
riqualificazione urbana nella nostra regione. Un altro esempio è
costituito dal progetto realizzato dalla Provincia di Milano, che
ha sviluppato negli anni Novanta un’esemplare attività
di interpretazione fotografica del suo territorio, affidandone l’esecuzione
ad autori fotografi Italiani come Basilico,
Berngo-Gardin, Jodice
ed altri, realizzando un grande archivio di immagini pregevoli ed
efficaci.
Quali sono state le principali esperienze
da te realizzate oltre al rilevamento dei teatri storici di cui
ci hai accennato?
Un’atra esperienza molto importante è stata la campagna
fotografica per la realizzazione della mostra e del volume “Architettura
e terremoti, il caso Parma”, realizzati in collaborazione
col Dipartimento Costruzioni della Facoltà di Architettura
di Firenze, e il lavoro più recente, sulle sculture all’aperto,
presentato in anteprima a Ferrara nell’occasione del Salone
del Restauro 2003, e che sarà esposto a Riccione dal 7 al
22 giugno.
Tra le attività svolte al di fuori dell’IBC,
vorrei ricordare la realizzazione di due campagne fotografiche commissionate
dalla Provincia di Milano nell’ambito del progetto
“Archivio dello spazio”, riguardanti le emergenze
architettoniche e ambientali dei territori comunali di Pioltello-Limito
e di Lentate sul Seveso ed un interessante lavoro realizzato in
collaborazione con due architetti bolognesi (Piero
Orlandi e Piero Dall’Occa)
e una fotografa (Vanna Rossi)
per l’illustrazione del volume “Altrove
in città”. Un’esperienza molto forte,
è costituita dalla serie di immagini, prodotte nel 1989 e
nel 1994, sulla fauna e gli ambienti naturali dei parchi nazionali
e delle riserve della Tanzania.
Quali sono soggetti che preferisci fotografare?
In modo particolare l’architettura, la scultura e gli ambienti
naturali. Vorrei riprendere con impegno anche il ritratto, abbandonato
da qualche tempo, ma che mi ha dato spesso notevoli soddisfazioni.
A prescindere dal soggetto, sono sempre molto critico nei confronti
del mio lavoro: raramente apprezzo in pieno una mia fotografia.
C’è sempre qualcosa da perfezionare: ogni nuova esperienza
serve da stimolo per una nuova riflessione critica ed un successivo
miglioramento.
Quali sono gli strumenti da te privilegiati?
Dovrei dire con tutte, o quasi. Preferisco utilizzare le fotocamere
reflex formato 24x36 mm. per il limitato peso ed ingombro e la buona
produttività, quelle per il formato 6x6 cm. per la notevole
qualità delle immagini. Non ho mai lavorato con il formato
“panoramico”: è un modo di rappresentare la realtà
che appartiene, a mio avviso, ad altri media, come la ripresa cinematografica
e video. Fotografando frequentemente soggetti architettonici, prediligo
l’impiego di grandangolari decentrabili, che consentono di
correggere la prospettiva nelle riprese dal basso e dall’alto;
evito di utilizzare focali troppo corte, che tendono a snaturare
la rappresentazione dello spazio.
Qual è il tuo rapporto con le tecnologie
digitali?
Ho odiato cordialmente la tecnologia digitale finché non
è stata in grado di competere con quella analogica. Ora utilizzo
frequentemente una fotocamera digitale compatta (non reflex) dotata
di una buona ottica zoom (paragonabile ad un 28-85 mm., rapportato
al formato 24x36 mm.) e di un sensore da 5 milioni di pixel. E’
molto pratica per la leggerezza, le piccole dimensioni, l’autonomia
della batteria e la qualità delle immagini prodotte, ma ha
una quantità di piccoli difetti che l’azienda produttrice
non intende eliminare.
Ho ancora molte perplessità sulla tecnologia digitale, riguardo
alla qualità delle immagini in rapporto a quelle analogiche
e in rapporto al costo delle attrezzature. Inoltre una fotografia
digitale è permanentemente visibile solo se stampata; ogni
supporto di memoria contiene immagini soltanto “virtuali”,
codificate, recuperabili ed utilizzabili solo mediante attrezzature
e programmi informatici che diventano rapidamente obsoleti, vengono
continuamente modificati e non garantiscono una sicura archiviazione
delle immagini.
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Arnaldo Pomodoro
- Colpo d'ala, 1981-84
Morciano di Romagna, P.zza Boccioni
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Elisa Corsini -
Ariete, 1998
Ostellato, Parco CielOstellato
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Enzo Sciavolino
- Marea, 1998
Ostellato, Parco CielOstellato
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Maurizio Bonora
- Bilancia, 1999
Ostellato, Parco CielOstellato
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Sergio Zanni - Canto
delle sirene, 2000
Ostellato, Parco CielOstellato
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Riccione, Parco sul Lungomare
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