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Il termine «fumetto» indica generalmente
una pubblicazione popolare che tramite la fusione di testo e disegno
cerchi di 'raccontare una storia'. Proprio la sua valenza 'popolare',
che spesso non ha potuto fare a meno di relegarlo ai 'margini' della
'cultura tradizionale' ha anche fatto in modo che potesse svilupparsi
liberamente, seguendo percorsi propri e spesso contradditori, in
un'immensa varietà di stili ed intenzioni diverse.
Senza comprendere che si tratti essenzialmente di un 'mezzo' espressivo,
esattamente come lo possono essere un film, un'opera teatrale e
genericamente un libro 'scritto', è molto facile incappare
in opere che non verranno ritenute semplicemente dei 'fumetti',
verranno sfogliate con curiosità e meraviglia, come si guarda
un oggetto misterioso.
Eppure accanto ad una produzione ufficiale, commerciale e spesso
conservatrice, una produzione più nascosta, eterogenea e
costantemente in cerca di nuovi stimoli e forme espressive, continua
ad andare per la propria strada senza temere nulla e nessuno. Mi
torna alla mente una tavola del «Pompeo»
di Andrea Pazienza:
«quel cielo così bianco», un volto di donna che
si erge dall'alto e sembra attraversare con lo sguardo il lettore
stesso, la trascendenza 'in persona' espressa da appena due linee...
L'arte, la poesia ed il gusto del racconto: tutto questo può
essere un fumetto.
E proprio un vulcano di creatività come Andrea Pazienza ci
ha dimostrato che semplicemente brandendo un pennarello (non importa
se scarico) ed un foglio (ricordate i fogli quadrettati che usavate
a scuola?) si poteva dar vita a personaggi dalla dirompente vitalità
e creare situazioni apparentemente assurde, eppur capaci di descrivere
tutte le contraddizioni di una generazione. Le potenzialità
del mezzo sono infinite, come infinite sono le linee che si possono
tracciare su di un foglio intonso.
Tra il 1991 ed il 1992, il poliedrico
Joe Sacco, laureato in giornalismo ed attivo autore della
scena «underground» statunitense parte per un viaggio
nei territori occupati nel Medio Oriente. Da questa sua esperienza
trarrà una sorta di 'reportage a fumetti' dal titolo «Palestine»,
vincitore del prestigioso American Book Award e solo primo
di una serie di progetti analoghi.
Ma non è la prima volta che il fumetto
si rivela tanto efficace nel raccontare la Storia con la 'S' maiuscola,
sfruttando appieno le sue potenzialità comunicative e tutte
le libertà stilistiche del caso: Art
Spiegelman realizza «Maus»
a cavallo del 1978 ed il 1991 basandosi sui racconti vissuti di
suo padre, ebreo polacco deportato ad Auschwitz. Non solo la 'macrostoria'
è così riassorbita dalla vita vissuta di un singolo
personaggio, ma la vicenda rivive attraverso una riduzione a fumetti
in cui i perseguitati assumono i connotati di topi, mentre i carnefici
diventano
gatti antropomorfi in divise naziste.
Spiegelman è riuscito a rendere palpabile il senso di 'privazione
dell'umanità' inflitto alle vittime dell'olocausto, utilizzando
un mezzo tipico della società di massa e giocando con i miti
ed i feticci 'disneyani' sino allora intoccabili rappresentanti
del «migliore dei mondi possibili».
Maus è valso il Premio Pulitzer per il giornalismo
al proprio autore nel 1992, rompendo una serie di pregiudizi che
vedevano il fumetto legato esclusivamente al mondo dell'infanzia
e dell'intrattenimento più grossolano.
Su di un altro versante, la «linea chiara» tipicamente
francese ('inventata' dall'autore di Tin
Tin, Hergè),
riscopre in Jean Giruad (in
arte Moebius) un interprete
capace di rompere sovente i confini tra arte, fumetto ed illustrazione.
L'eleganza formale che pervade ogni sua opera, l'inventiva ambientazione
architettonica in cui colloca l'azione dei suoi fumetti ed il delirio
narrativo e percettivo in cui immerge i suoi lettori hanno fatto
sì che il suo valore artistico venisse riconosciuto anche
da chi non legge abitualmente fumetti.
L'italianissimo Lorenzo Mattotti
ha conosciuto sorti simili a quelle dell'autore francese
del «Garage ermetico», dovendosi però spostare
a Parigi perchè venisse riconosciuto e valorizzato il suo
talento. In «Fuochi»
le tavole sono costruite seguendo precisi rapporti cromatici tra
una vignetta e l'altra, mentre ne «L'uomo
alla finestra» sarà esclusivamente il segno,
semplice linea nera su sfondo ineluttabilmente bianco, a regolare
la valenza espressiva della narrazione. Raramente un 'romanzo illustrato'
ha saputo indagare così a fondo le proprie potenzialità
squisitamente grafiche, riuscendo ad arricchire la prosa di Lilia
Ambrosi della leggerezza evocativa della migliore poesia.
Da tempo è stata riconosciuta al fumetto d'intrattenimento
la capacità di riportare su carta paure e desideri di una
coscienza collettiva ormai 'globalizzata'. Le tele dell'artista
pop Roy Lichtenstein,
decontestualizzando singole vignette tratte direttamente dai fumetti
più popolari, ed illustrando spaccati di vita ridotti al
minimo, riescono a descrivere tragicamente bene la logica dell'apparenza
e del superficiale in cui ci ha trascinati la società di
massa. In
maniera analitica e consapevole, ben conscio di questa valenza propria
dei comics, si è posto Miguel
Angel Martin, autore di fumetti dal cinismo corrosivo e privo
di compromessi di sorta. In «Brian
the brain» descrive un mondo privato di tutti i suoi
valori più elementari, raggelato in una sorta di stato narcotizzante
e del quale sembra rendersi conto solo il rassegnato protagonista,
un bambino senza calotta cranica dal cervello ultrasviluppato.
Quando il fumetto diviene critica del sistema da cui è prodotto,
quando le storie che racconta sono reali e presenti sino a voler
essere rimosse, quand'è capace di farsi poesia e ricondurre
l'arte sul sentiero della bellezza 'empatica', allora il fumetto
rimane fumetto, ma siamo noi a doverlo leggere con occhi diversi.
E quel cielo così bianco...
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