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Ho incontrato Alfredo
Castelli, autore e sceneggiatore di Martin
Mystère, e Lucio
Filipucci, disegnatore, un sabato mattina nel giardino del
Grand Hotel di Rimini, in occasione della presentazione di un numero
speciale di Martin Mystère ambientato a Rimini; una Rimini
un po' speciale, a voler essere sinceri, una Rimini vista, dal nostro
narratore attraverso gli occhi ironici e commossi di Federico
Fellini.
L'iniziativa, voluta dal Cartoon
Club, ha permesso ad Alfredo Castelli di dimostrare come
il fumetto non possa e non debba vivere in una condizione d’isolamento
rispetto alle altre arti, trasferendo in una striscia le emozioni
e le atmosfere del grande cinema.
Alfredo Castelli è un appassionato cantastorie
con la straordinaria capacità di ammaliarti
conducendoti attraverso mondi resi miracolosamente coerenti dalla
coesistenza del meraviglioso e del paradosso, così come del
preteso e ricercato realismo. Un mondo onirico che passa attraverso
una scrupolosa ricerca di documentazione del reale; ed è
così che nasce questa intervista...
Che cosa pensa del rapporto
tra arte e fumetto?
Fin dall'inizio della sua storia, cioè dalla metà
dell'800, il fumetto e l'arte hanno condiviso spazi separati da
linee di demarcazione così sottili da rendere possibili interpretazioni
anche discordi. Toulouse Lautrec,
per esempio, è da considerarsi un pittore o un vignettista?
Del resto, oggi, vi sono dei fumetti fatti in modo pittorico che
appartengono più all'area d’influenza del dipinto che
non del fumetto. Ciò che caratterizza il fumetto è,
secondo me, essenzialmente il suo aspetto narrativo, è la
storia da raccontare il motivo d'avvio del processo artistico e
non un'emozione personale e istintuale.
In questo senso l'interiorità
dell'artista quanto influisce nel processo creativo di un personaggio?
Sicuramente l'autore può permettersi una maggiore libertà
di creazione quando il fumetto non è seriale ed è
scritto e disegnato da lui solo. La serialità impone dei
condizionamenti sia a chi scrive sia a chi disegna una storia, poiché
un autore che crea un personaggio, e quindi la storia e la filosofia
della serie, tratteggia anche caratteristiche dalle quali non potranno
prescindere coloro che vi si accosteranno per proseguire la serie.
Ma, allora, il disegnatore
o l'autore, che ne prosegue la storia da un punto di vista narrativo,
è da considerarsi un semplice esecutore?
Direi di no, anzi, ritengo che il talento risieda proprio nel riuscire
a far trapelare, attraverso tutti i condizionamenti, qualcosa di
personale e caratteristico. Era, del resto, lo stesso problema che
affrontavano gli artisti durante il Medioevo e il Rinascimento quando
si lavorava su commissione, ma questo non ha impedito ai grandi
di distinguersi dai mediocri. Giotto,
per affrescare il Palazzo della Ragione di Padova, ha ricevuto,
da Pietro D'Abano, una
vera e propria sceneggiatura dettagliata. Questo non sminuisce il
valore di Giotto in quanto artista al contrario lo esalta.
Quali vie, sceneggiatori e
disegnatori scelgono per arrivare a questa personalizzazione della
serialità?
Per quanto riguarda gli sceneggiatori di Martin
Mystère ognuno coglie un determinato aspetto del personaggio,
forse quello che sente più vicino e ne pervade le sue opere,
per esempio Morales
privilegia nelle sue storie un aspetto un po’ da soap-opera,
in senso positivo, accentuando i sentimenti; altri, magari, enfatizzano
l’aspetto avventuroso, altri ancora quello noir. Vi sono dei
tratti personali che sfuggono a qualunque tentativo d’omologazione
sia da un punto di vista grafico che da quello narrativo.
Quanto conta la documentazione
nella realizzazione di una storia?
Moltissimo, in storie brevi, come quella che abbiamo presentato
oggi, è un po’ più semplice rispetto a storie
lunghe, nelle quali la necessità di una documentazione che
attribuisca coerenza e leggibilità al racconto si fa più
pressante. Questo, però, ti permette di continuare a studiare
e ad approfondire, permettendoti di formarti. Nel disegno vale lo
stesso discorso, soprattutto per quanto riguarda la resa delle atmosfere,
perché non basta riprodurre l’apparenza ma va resa
l’essenza di un luogo, prestando attenzione anche ai minimi
dettagli, andando a ricercare l’armonia e la ragionevolezza
dell’insieme. La documentazione non va intesa solo in ambito
specialistico, ossia non è solo fumetto, ma è anche
la letteratura e la pittura 'classica', ma per approfondire questo
aspetto è meglio ricorrere a Filipucci...
Ed è
qui che il protagonista cambia e ad Alfredo Castelli si
succede Lucio Filipucci, disegnatore di Martin
Mystère.
Quanto c’è di
lei, della sua interiorità, nei suoi disegni, anche considerando
il condizionamento dovuto alla serialità e al fatto che Martin
Mystère non è una sua creatura?
Certo la serialità è un vincolo per noi artisti anche
perché ti porta verso la routine, ma se riesci a entrare
nel personaggio, se sai capirlo e amarlo vi sarà nel tuo
disegno un qualcosa di particolarissimo e di estremamente tuo, allora,
anche un personaggio che non è stato creato da te, avrà
qualcosa che ti somiglia, oltre, ovviamente, ad essere caratterizzato
dal tuo tratto grafico e dal tuo stile. Io, con Alfredo, ho la fortuna
di avere molta libertà nella creazione dell’immagine,
le sue sceneggiature non sono mai così dettagliate da togliere
al disegnatore il suo spazio d’espressione; in fondo il fumettista
è come un regista: crea immagini delle quali ha sentito il
racconto.
Nel processo creativo, ritiene
di essere più lei a condizionare il personaggio o piuttosto
il contrario?
Per quanto riguarda Martin Mystère, non essendo una creatura
mia, direi che il condizionamento parte da lui ed arriva me. Intervenire,
in modo sostanziale, su un personaggio già formato è
pressoché impossibile, il personaggio continua a vivere seguendo
le linee iniziali di impostazione. In Dctor
Mystère, invece, il discorso è diverso essendo
una mia creazione anche dal punto di vista grafico.
Ritiene che una contaminazione
tra fumetto e cinema potrebbe dare risultati interessanti?
Uno scambio tra cinema e fumetto, più o meno conscio, esiste
da sempre, anche nella scansione delle immagini per esempio. Il
fumetto, grazie a questo scambio, ha perso i suoi tratti più
naif per divenire più attento alla resa dei del dettaglio
e molto più articolato.
Perché un artista sceglie
un mezzo d’espressione come il fumetto?
Il fumetto è un linguaggio completo, ne rimani influenzato
da bambino, inizi ad amarlo e poi ci lavori sopra. Io, però,
amo molto anche la pittura anche se il fumetto rimane la mia grande
passione, una passione che ha reso possibile il raggiungimento di
certi livelli e che mi ha sostenuto. Senza passione non puoi pensare
di superare le difficoltà di una carriera come quella del
fumettista.
Crede che oggi sia ancora possibile
fare una distinzione fra fumetto colto o d’autore e fumetto
d’intrattenimento?
Secondo me no, perché, anche nei fumetti seriali, vi è
una ricercatezza nella storia e una maestria nel disegno da equipararli
ai, cosiddetti, fumetti d’autore.
Si è mai sentito troppo
vincolato da esigenze di marketing, dall’esigenza di rispondere
ad un mercato di ampio respiro?
Sì questo vincolo effettivamente esiste, ma un artista deve
riuscire,nonostante la committenza, a dare qualcosa di suo, un’emozione
particolare, e questo ti permette di entrare nel cuore di migliaia
di persone con i tuoi personaggi.
Le è mai capitato di
fare delle citazioni, nei suoi disegni, coglibili solo dalle persone
a cui si rivolgeva?
Sì, beh vi sono anche delle citazioni proprio personali anche
se i tempi troppo pressanti fanno si che dedichi poca attenzione
a questo aspetto.
Qual è stato il suo
percorso formativo?
Avendo sempre amato molto disegnare ho frequentato il Liceo Artistico
e poi sono andato a bottega da uno dei più grandi, secondo
me, fumettisti italiani ora scomparso: Magnus,
che mi ha insegnato a disegnare fumetti. Per i primi tempi, avendo
bisogno di crescere e imparare da un punto di vista tecnico, mi
sono dedicato al fumetto erotico, dopodiché ho lavorato per
la pubblicità e quest’esperienza mi ha reso stilisticamente
molto eclettico. Tornai al fumetto con il Corrier Boy,
che poi divenne Corriere dei Piccoli, del Corriere
della sera, e vi lavorai alcuni anni. Dopo altre varie esperienze
approdai alla Bonelli
e sono 12 anni che collaboro con loro.
Come vive il mezzo tecnologico
in funzione creativa?
Io non utilizzo il computer per disegnare anche perché ritengo
che mi impoverirebbe e, comunque, sono molto più rapido nel
realizzare le mie opere utilizzando i metodi tradizionali. Nonostante
riconosca che possa essere utile per realizzare alcuni effetti speciali,
io credo sia importante che il fumetto sia fatto 'artigianalmente'
e che si riconosca la manualità dell’artista. Amo l’arte
nel suo aspetto più materiale e un mezzo che me ne priva,
portando l’opera ad un livello virtuale, non mi può
essere congeniale, inoltre va ad influire negativamente su quell’aspetto
di raccoglimento e meditazione che coglie il disegnatore nel momento
in cui vuole trasporre su carta un’idea attraverso un rapporto
privilegiato mano-cervello.
Come mai il fumetto ha un’osmosi
così difficoltosa con le altre arti?
E’ una difficoltà di lettura che lo accomuna anche
alla letteratura. E poi vi è una sorta di peccato originale
di cui il fumetto italiano paga ancora le conseguenze; in Italia
il fumetto è sempre stato considerato sottocultura e questo,
forse a causa dei suoi inizi. In Italia il fumetto non esiste fino
a quando il Corriere della Sera non propose il Corriere
dei Piccoli, mutuando le immagini da un fumetto americano ma
adattandolo ai bambini grazie a dialoghi molto più che ridicoli.
Questo esordio poco edificante ha condizionato tutta la storia del
fumetto italiano.
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