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Andrea
Pazienza, Apaz,
Andrenza, Traum
Fabrik Productions. Tutte queste firme hanno rappresentato
le personalità e anche i segni di Pazienza.
Eclettico o «ecletto-sfaticato», come si definiva lui
stesso, Paz ha sempre spiazzato il lettore con i suoi disegni, a
volte perfetti, a volte caricaturali e a volte solo abbozzati, comunque
sempre al servizio di storie 'adulte', emancipate dai generi che
avevano caratterizzato il fumetto italiano. Avventure metropolitane
(una terminologia buona negli anni ’80), vite ordinarie di
ragazzi e delle loro debolezze, raccontate disegno per disegno,
senza censure, utilizzando lo stesso slang e i modi dei quei giovani.
Zanardi e i suoi amici
Colasanti e Petrilli,
sono i protagonisti principali di quelle storie, soprattutto Zanardi.
Ma chi è Zanardi?
Di sicuro non l’amico del cuore, ma un ragazzo senza paure,
un tossicodipendente per noia, cattivo, un vero disgraziato, figlio
di genitori divorziati e abituato a cavarsela da solo. Con ogni
mezzo: spaccio, furti e omicidi, se provocato. Stessa cosa i suoi
amichetti Colasanti e Petrilli. Con questi protagonisti, Paz disegna
se stesso, le sue avventure di ragazzo, i suoi sogni e i suoi desideri
repressi. E i suoi vizi.
Un salto fino a Pompeo,
un altro doppio di se stesso. Pompeo è il suo ritratto più
somigliante. E’ il racconto allucinato degli ultimi giorni
di vita di una condizione vissuta in prima persona, e di cui Paz
sentiva ormai, comprensibilmente, il peso, l’inutilità
e la sconfitta.
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Scriveva lui stesso a postilla de «Gli
Ultimi giorni di Pompeo»: «Così
finisce l’ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo
capitolo della mia vita.
Questi s’era aperto 'fumettisticamente' nel settantasette
con Pentotal (del quale Pompeo è, forse, l’alter ego
invecchiato), e , tra alti e bassi, chiude adesso, nove anni dopo».
Nella finzione Pompeo si suicidava alla fine della storia, impiccandosi
ad un albero, mentre nella realtà in Pazienza moriva il desiderio
di proseguire quella vita che l’aveva accompagnato per nove
anni. Almeno per i due anni seguenti.
I personaggi di Paz sono ragazzi che tentano in tutte le maniere
di fuggire da una realtà, un mondo, che nella loro mente
risulta ostile e disinteressato. La droga come amica e consigliera,
lascia a quei ragazzi la possibilità di sentirsi, per i pochi
momenti che faceva effetto, liberi dalla paura di quella vita.
Pentotal, Zanardi, Colasanti
e Petrilli, e di nuovo Pompeo sono facce della stessa medaglia e
riflessi dello stesso Pazienza, che era giovane, e che si sentiva
esattamente come loro: fuori posto. Personaggi che rispondevano
alla durezza del mondo, con la stessa intensità e voglia
di fare del male.
Ma nella tragedia c’è sempre posto per il comico. E
nonostante queste storie fossero fondamentalmente tragiche, l’effetto
che ne scaturiva era certamente comico e grottesco. Insomma, Pazienza,
non si prendeva sul serio e preferiva non scadere mai nel patetico.
In fondo Paz aveva una magnifica indole comica e la dimostrava nelle
sue vignette satiriche o nelle tavole con l’indimenticato
Presidente della Repubblica Sandro
Pertini
come protagonista. Le tavole con il 'Pert' rispolveravano
il suo passato di partigiano e avevano come 'gueststar' il solito
Paz, il fido e sfigato attendente. Uno, Pertini,
intelligente, fiero e carismatico - l’altro, Paz,
pasticcione, smidollato e stupido.
Situazioni comiche, fra «tralicchi», i tralicci del
telefono, da far esplodere per tagliare le vie di comunicazione
all’invasore tedesco, e fughe precipitose nella migliore tradizione
di Stanlio e Ollio,
o, più vicine a noi, alla Totò
(Paz ne era un’ammiratore sfegatato) e Peppino.
Tra questi personaggi, ne vivono altri di minori come «l’investigatore
senza nome», o Francesco
Stella, personaggi che hanno vissuto le loro avventure di
carta e pennarello solo per poche pagine, a volte addirittura incomplete
per la poca propensione al lavoro che aveva lo stesso Paz, ma sempre
divertenti.
Pazienza mi manca, lo dico chiaramente. Oggi, con la 'nuova Italia'
con cui abbiamo a che fare ci avrebbe sguazzato, come lo faceva
allora, e, raggiunta la maturità (forse!), avrebbe disegnato
ancora meglio di quanto non facesse prima.
Alla fine guardo le ultime tavole delle storie che stava disegnando
prima della sua morte avvenuta per overdose di eroina, e non capisco
la debolezza del suo animo rispetto alla forza creativa che ne scaturiva.
Nell’ultima pagina della raccolta delle storie di Zanardi,
Petrilli, l’amico sfigato, muore. Zanna e Colasanti camminano
di schiena in un cimitero, e pensano «…si
vede che era destino!». A fondo pagina: «il
loro destino ha un nome. Andrea Pazienza.»
Ciao.
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