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«Pensare
a Rimini. Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila.
Non riesco a oggettivare. Rimini è un pastrocchio, confuso,
pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto
del mare. Lì la nostalgia si fa più limpida, specie
il mare d'inverno, le creste bianche, il gran vento, come l'ho visto
la prima volta...
Rimini cos’è? E’ una dimensione della memoria
(una memoria, tra l’altro, inventata, adulterata, manomessa)
su cui ho speculato tanto che è nato in me una sorta di imbarazzo...» (1)
La difficoltà di oggettivare, tra
paura e tenerezza; il disagio e il bisogno di deformare, di contemplare
il passato da lontano, come da un'altra dimensione: straniamento
e simbolizzazione sono alla base del complesso rapporto di Federico
Fellini con la sua Rimini amata, raccontata, ricreata e al
tempo stesso abbandonata, tradita, deformata. Un rapporto denso
di rimpianti e di sensi di colpa:
«Sono partito da Rimini nel '37. Ci
sono tornato nel '46. Sono arrivato in un mare di mozziconi di case.
Non c'era più niente. Veniva fuori dalle macerie soltanto
il dialetto, la cadenza di sempre, un richiamo: 'Duilio, Severino!'
quei nomi strani, curiosi. Molte delle case che avevo abitato non
c'erano più. La gente parlava del fronte, delle grotte di
San Marino in cui si erano rifugiati e io provavo la sensazione
un po' vergognosa di essere stato fuori dal disastro... Forse Rimini
io l'avevo già cancellata per mio conto, in precedenza. La
guerra aveva compiuto anche l'atto materiale. Allora mi pareva,
poiché la situazione s'era fatta irreversibile, che tutto,
invece, dovesse restare. Intanto, però, Rimini, io l'avevo
ritrovata a Roma.»
Rimini, a Roma, è Ostia – ma
è soprattutto Cinecittà:
forse l'unica patria autentica di Fellini, la sola casa nella quale
si possa riconoscere. Perché Cinecittà è un
territorio magico, dove l'esistenza può essere immaginata
e continuamente reinventata; Cinecittà è soprattutto
un non-luogo, per questo più facile da dominare, scevro di
sorprese, innocuo dal punto di vista delle delusioni, dei cambiamenti
e degli «umori viscerali».
«A Cinecittà io non ci abito
ma ci vivo.» – scrive Fellini – «Le
mie esperienze, i miei viaggi, le amicizie, incominciano e finiscono
nei teatri di posa di Cinecittà.»
E ancora, Bernardino
Zapponi ricorda: «Fellini amava
Cinecittà come residenza. Diceva che era il posto ideale
per vivere: ancora più vago, provvisorio e neutro d'un albergo.» (2)
Quasi
tutte le ambientazioni dei suoi film nascono nei teatri di posa
di Cinecittà. Ogni luogo deve infatti essere ricostruito,
trasfigurato, attraverso un minuzioso processo di straniamento e
di risignificazione, di allontanamento e di ricostruzione.
Le vena onirica e visionaria, la lente grottesca, lo stralunamento,
la pregnanza poetica sono allora inevitabili, diventano la cifra
stilistica del cinema di Fellini ma anche della sua percezione della
realtà.
Ed è da questa scomposizione del senso, dallo scrigno fatato
della sua fantasia e della sua memoria che prendono forma una nuova
dimensione e una diversa verità.
Rimini, insieme agli altri ricordi, rivive in una inedita stratificazione
di immagini, memorie, sensazioni corporee, percezioni e rappresentazioni.
E diviene un simbolo universale, ma soprattutto un mito personale
che non vorrà mai separarsi dal sogno.
«Il poeta –
scrive André Green
– è il sapiente e l'officiante
del divino e del demoniaco: evoca. Chiama e fa risorgere le ombre
e la loro memoria. Interroga, apostrofa, interpella, dando la vita
all'inesistente. Ridesta. Rap-presenta. Così facendo, si
oppone alla cancellazione, all'allontanamento, all'oblio, alla rimozione». (3)
E come sempre accade nella poesia, così come in tutte le
forme d’arte, il cinema felliniano ha per Fellini stesso anche
una speciale valenza 'riparatrice': rielaborare in forma artistica
un'esperienza significa infatti dominarla, distanziarla, esorcizzarne
i fantasmi, superarne i lutti, controllarne l'affetto. La ricostruzione
immaginaria, su ammissione dello stesso regista, è allora
anche una potente strategia di difesa:
«Quando mi trovo a Rimini, vengo sempre
aggredito da fantasmi già archiviati, sistemati. Forse questi
innocenti fantasmi mi porrebbero, se vi restassi, un'imbarazzante
muta domanda, alla quale non potrei rispondere con capriole, bugie;
mentre bisognerebbe tirar fuori dal proprio paese l'elemento originario,
ma senza inganni.» E ancora:
«A Ostia ho girato I vitelloni perché
è una Rimini inventata: è più Rimini della
vera Rimini. Il luogo ripropone Rimini in maniera teatrale, scenografica
e, pertanto, innocua. È il mio paese, quasi pulito, nettato
dagli umori viscerali, senza aggressioni e sorprese. Insomma è
una ricostruzione scenografica del paese della memoria, nella quel
puoi penetrare, come dire?, da turista, senza restare invischiato.»
Rimini, così, può vivere solo nella dimensione fantastica
della memoria:
«Io, a Rimini, non torno volentieri.
Debbo dirlo. È una sorta di blocco. La mia famiglia vi abita
ancora, mia madre, mia sorella: ho paura di certi sentimenti? Soprattutto
mi pare, il ritorno, un compiaciuto, masochistico rimasticamento
della memoria: un'operazione teatrale, letteraria. Certo, essa può
avere il suo fascino. Un fascino sonnolento, torbido. Ma ecco: non
riesco a considerare Rimini come un fatto oggettivo… non ci
torno volentieri anche per una comodità di collocazione fantastica.
Ormai l’ho inquadrata esteticamente, immaginariamente, in
un certo modo, e il riscontro realistico mi disturba. La Rimini
immaginaria è diventata per me materiale di lavoro. La Rimini
reale è un’altra cosa. Non ho voglia di fare verifiche.
Mi rendo conto che così l’immagine simbolica rischia
di immobilizzarsi, di calcificarsi, di stecchirsi, ma è per
questo che mi sforzo di mantenerla viva, di trasformarla in un simbolo
vivente. Distruggere i simboli con il pretesto che i simboli sono
il frutto di un atteggiamento reazionario è altrettanto pericoloso.
Il cinema è un territorio molto vitale perché obbliga
a rendere viventi i simboli per mezzo dei quali l’artista
o il cineasta si esprime».
L'immagine
mentale, attraverso l'arte, diviene archetipo, «simbolo vivente»
e il 'viaggio' felliniano a Rimini viaggio verso un'ideale, viaggio
metafisico verso le proprie radici e la propria memoria che sono
le radici e la memoria di una città. L'invenzione cinematografica
di Fellini è in questo senso una via simbolica – insieme
trascendente e carnale - alla scoperta di sé e della propria
terra, un percorso nel quale i fantasmi e i miti personali diventano
universali.
Rimini come simbolo convoca molteplici dimensioni temporali e relazionali
fomentate dall’immaginario, intessute di identificazioni e
proiezioni profonde; scopre la densità dei temi nascosti,
obliati o rimossi, è gravida di elementi emozionali evocatori
e di fantasie inconsce.
Propone altresì un inedito interscambio fra visibile e invisibile:
la visione cinematografica apre l'ingresso ad un mondo 'altro',
da scoprire attraversandolo con lo sguardo, con il pensiero, con
i sensi, con la memoria.
Lo zio Pataca, la Volpina,
Giudizio, la Gradisca,
la tabaccaia – figure familiari per molti riminesi
– sono stati trasformati in simbolo dal cinema di Felini.
Così come la magia del Grand Hotel, i vitelloni, le beffe,
le giornate al mare e i «passeggini»
lungo il corso, ma anche le «cadenze,
dolcezze infinite, che forse vengono dal mare».
«A Rimini» – scrive
Fellini – «esiste una divisione
netta tra le stagioni. È un cambiamento sostanziale, non
solo meteorologico, come in altre città. Son due Rimini diverse…»,
e racconta: «la sera si andava al mare,
scomparendo in banchi di nebbia, nella Rimini invernale: le saracinesche
abbassate, le pensioni chiuse, un gran silenzio e il rumore del
mare. D'estate, invece, per tormentare le coppie che facevano l'amore
dietro le barche, ci si spogliava in fretta, quindi ci si presentava
nudi, chiedendo all'uomo dietro la barca: "Scusi, che ora è?"»
Eccola, Rimini, ed ecco il gioco degli opposti che la sostanzia.
Estate e inverno, luce e ombra, folla e deserto, festa e malinconia,
modernità e chiusura, accoglienza e fanatismo, presenza e
assenza. Rimini vive di contrasti, che se da un lato la rendono
estremamente fertile e aperta, dall'altro sono sempre stranianti:
non è facile per i riminesi adattarsi a questa dissociazione,
quasi una forma di schizofrenia.
Il cinema felliniano compie la magia: trasfigura Rimini in simbolo
mettendone in luce la natura complessa e allo stesso tempo ricomponendone
gli opposti, sublimandone i contrasti, addolcendone i paradossi.
Note
(1) Brani
tratti da Federico Fellini,
La mia Rimini, Cappelli, Bologna, 1967
- Guaraldi, Rimini, 2003; 
(2) Bernardino
Zapponi, Il mio Fellini, Marsilio
Editori, Venezia, 1995; 
(3) André
Green, in I segni dell’incanto.
Prospettiva psicoanalitica sui linguaggi creativi, di Giovanni
Cacciavillani, Bologna, Il Mulino, 1989: P. 86. 
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