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La mia città immaginata
Rimini nelle parole e nell'arte di Federico Fellini | di Barbara Bianchi

«Pensare a Rimini. Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila. Non riesco a oggettivare. Rimini è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare. Lì la nostalgia si fa più limpida, specie il mare d'inverno, le creste bianche, il gran vento, come l'ho visto la prima volta...
Rimini cos’è? E’ una dimensione della memoria (una memoria, tra l’altro, inventata, adulterata, manomessa) su cui ho speculato tanto che è nato in me una sorta di imbarazzo...» 
(1)

Federico Fellini

La difficoltà di oggettivare, tra paura e tenerezza; il disagio e il bisogno di deformare, di contemplare il passato da lontano, come da un'altra dimensione: straniamento e simbolizzazione sono alla base del complesso rapporto di Federico Fellini con la sua Rimini amata, raccontata, ricreata e al tempo stesso abbandonata, tradita, deformata. Un rapporto denso di rimpianti e di sensi di colpa:

«Sono partito da Rimini nel '37. Ci sono tornato nel '46. Sono arrivato in un mare di mozziconi di case. Non c'era più niente. Veniva fuori dalle macerie soltanto il dialetto, la cadenza di sempre, un richiamo: 'Duilio, Severino!' quei nomi strani, curiosi. Molte delle case che avevo abitato non c'erano più. La gente parlava del fronte, delle grotte di San Marino in cui si erano rifugiati e io provavo la sensazione un po' vergognosa di essere stato fuori dal disastro... Forse Rimini io l'avevo già cancellata per mio conto, in precedenza. La guerra aveva compiuto anche l'atto materiale. Allora mi pareva, poiché la situazione s'era fatta irreversibile, che tutto, invece, dovesse restare. Intanto, però, Rimini, io l'avevo ritrovata a Roma.»

«Vitelloni al mare d'inverno», Fellini

Rimini, a Roma, è Ostia – ma è soprattutto Cinecittà: forse l'unica patria autentica di Fellini, la sola casa nella quale si possa riconoscere. Perché Cinecittà è un territorio magico, dove l'esistenza può essere immaginata e continuamente reinventata; Cinecittà è soprattutto un non-luogo, per questo più facile da dominare, scevro di sorprese, innocuo dal punto di vista delle delusioni, dei cambiamenti e degli «umori viscerali».
«A Cinecittà io non ci abito ma ci vivo.» – scrive Fellini – «Le mie esperienze, i miei viaggi, le amicizie, incominciano e finiscono nei teatri di posa di Cinecittà.»
E ancora, Bernardino Zapponi ricorda: «Fellini amava Cinecittà come residenza. Diceva che era il posto ideale per vivere: ancora più vago, provvisorio e neutro d'un albergo.» (2)

disegno di FelliniQuasi tutte le ambientazioni dei suoi film nascono nei teatri di posa di Cinecittà. Ogni luogo deve infatti essere ricostruito, trasfigurato, attraverso un minuzioso processo di straniamento e di risignificazione, di allontanamento e di ricostruzione.
Le vena onirica e visionaria, la lente grottesca, lo stralunamento, la pregnanza poetica sono allora inevitabili, diventano la cifra stilistica del cinema di Fellini ma anche della sua percezione della realtà.
Ed è da questa scomposizione del senso, dallo scrigno fatato della sua fantasia e della sua memoria che prendono forma una nuova dimensione e una diversa verità.
Rimini, insieme agli altri ricordi, rivive in una inedita stratificazione di immagini, memorie, sensazioni corporee, percezioni e rappresentazioni. E diviene un simbolo universale, ma soprattutto un mito personale che non vorrà mai separarsi dal sogno.

«Il poeta – scrive André Greenè il sapiente e l'officiante del divino e del demoniaco: evoca. Chiama e fa risorgere le ombre e la loro memoria. Interroga, apostrofa, interpella, dando la vita all'inesistente. Ridesta. Rap-presenta. Così facendo, si oppone alla cancellazione, all'allontanamento, all'oblio, alla rimozione». (3)

E come sempre accade nella poesia, così come in tutte le forme d’arte, il cinema felliniano ha per Fellini stesso anche una speciale valenza 'riparatrice': rielaborare in forma artistica un'esperienza significa infatti dominarla, distanziarla, esorcizzarne i fantasmi, superarne i lutti, controllarne l'affetto. La ricostruzione immaginaria, su ammissione dello stesso regista, è allora anche una potente strategia di difesa:

«Quando mi trovo a Rimini, vengo sempre aggredito da fantasmi già archiviati, sistemati. Forse questi innocenti fantasmi mi porrebbero, se vi restassi, un'imbarazzante muta domanda, alla quale non potrei rispondere con capriole, bugie; mentre bisognerebbe tirar fuori dal proprio paese l'elemento originario, ma senza inganni.» E ancora:
«A Ostia ho girato I vitelloni perché è una Rimini inventata: è più Rimini della vera Rimini. Il luogo ripropone Rimini in maniera teatrale, scenografica e, pertanto, innocua. È il mio paese, quasi pulito, nettato dagli umori viscerali, senza aggressioni e sorprese. Insomma è una ricostruzione scenografica del paese della memoria, nella quel puoi penetrare, come dire?, da turista, senza restare invischiato.»

Rimini, così, può vivere solo nella dimensione fantastica della memoria:
«Io, a Rimini, non torno volentieri. Debbo dirlo. È una sorta di blocco. La mia famiglia vi abita ancora, mia madre, mia sorella: ho paura di certi sentimenti? Soprattutto mi pare, il ritorno, un compiaciuto, masochistico rimasticamento della memoria: un'operazione teatrale, letteraria. Certo, essa può avere il suo fascino. Un fascino sonnolento, torbido. Ma ecco: non riesco a considerare Rimini come un fatto oggettivo… non ci torno volentieri anche per una comodità di collocazione fantastica. Ormai l’ho inquadrata esteticamente, immaginariamente, in un certo modo, e il riscontro realistico mi disturba. La Rimini immaginaria è diventata per me materiale di lavoro. La Rimini reale è un’altra cosa. Non ho voglia di fare verifiche. Mi rendo conto che così l’immagine simbolica rischia di immobilizzarsi, di calcificarsi, di stecchirsi, ma è per questo che mi sforzo di mantenerla viva, di trasformarla in un simbolo vivente. Distruggere i simboli con il pretesto che i simboli sono il frutto di un atteggiamento reazionario è altrettanto pericoloso. Il cinema è un territorio molto vitale perché obbliga a rendere viventi i simboli per mezzo dei quali l’artista o il cineasta si esprime».

«Amarcord», l'arrivo del RexL'immagine mentale, attraverso l'arte, diviene archetipo, «simbolo vivente» e il 'viaggio' felliniano a Rimini viaggio verso un'ideale, viaggio metafisico verso le proprie radici e la propria memoria che sono le radici e la memoria di una città. L'invenzione cinematografica di Fellini è in questo senso una via simbolica – insieme trascendente e carnale - alla scoperta di sé e della propria terra, un percorso nel quale i fantasmi e i miti personali diventano universali.
Rimini come simbolo convoca molteplici dimensioni temporali e relazionali fomentate dall’immaginario, intessute di identificazioni e proiezioni profonde; scopre la densità dei temi nascosti, obliati o rimossi, è gravida di elementi emozionali evocatori e di fantasie inconsce.
Propone altresì un inedito interscambio fra visibile e invisibile: la visione cinematografica apre l'ingresso ad un mondo 'altro', da scoprire attraversandolo con lo sguardo, con il pensiero, con i sensi, con la memoria.
Lo zio Pataca, la Volpina, Giudizio, la Gradisca, la tabaccaia – figure familiari per molti riminesi – sono stati trasformati in simbolo dal cinema di Felini. Così come la magia del Grand Hotel, i vitelloni, le beffe, le giornate al mare e i «passeggini» lungo il corso, ma anche le «cadenze, dolcezze infinite, che forse vengono dal mare».

«A Rimini» – scrive Fellini – «esiste una divisione netta tra le stagioni. È un cambiamento sostanziale, non solo meteorologico, come in altre città. Son due Rimini diverse…», e racconta: «la sera si andava al mare, scomparendo in banchi di nebbia, nella Rimini invernale: le saracinesche abbassate, le pensioni chiuse, un gran silenzio e il rumore del mare. D'estate, invece, per tormentare le coppie che facevano l'amore dietro le barche, ci si spogliava in fretta, quindi ci si presentava nudi, chiedendo all'uomo dietro la barca: "Scusi, che ora è?"»

Eccola, Rimini, ed ecco il gioco degli opposti che la sostanzia. Estate e inverno, luce e ombra, folla e deserto, festa e malinconia, modernità e chiusura, accoglienza e fanatismo, presenza e assenza. Rimini vive di contrasti, che se da un lato la rendono estremamente fertile e aperta, dall'altro sono sempre stranianti: non è facile per i riminesi adattarsi a questa dissociazione, quasi una forma di schizofrenia.
Il cinema felliniano compie la magia: trasfigura Rimini in simbolo mettendone in luce la natura complessa e allo stesso tempo ricomponendone gli opposti, sublimandone i contrasti, addolcendone i paradossi.


Note
(1) Brani tratti da Federico Fellini, La mia Rimini, Cappelli, Bologna, 1967 - Guaraldi, Rimini, 2003;

(2) Bernardino Zapponi, Il mio Fellini, Marsilio Editori, Venezia, 1995;

(3) André Green, in I segni dell’incanto. Prospettiva psicoanalitica sui linguaggi creativi, di Giovanni Cacciavillani, Bologna, Il Mulino, 1989: P. 86.
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