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Rimini porta d'Oriente | di Alessandro Albani Giovanardi
Dormizione della Vergine - Affreschi di scuola riminese del Trecento - Tolentino Cappellone di San Nicola
L'artista libanese Mahmoud Zibawi, pittore contemporaneo e studioso d'iconografia cristiana orientale, ci rammenta che L'Italia, e non solo quella adriatica, fu per lungo tempo dipendente dall'estetica bizantina: lo dimostrerebbero l'arte liturgica del monachesimo pre-romanico e romanico, l'arte ottoniana, le icone realizzate durante le Crociate e la pittura dei maestri del Duecento e del Trecento. Le creazioni devotamente francescane di un Bonaventura Berlinghieri non lascerebbero ombra di dubbio sulla tradizione che le ha prodotte e le opere di Cimabue e di Duccio di Buoninsegna non si allontanerebbero troppo dalla Grecia e da Costantinopoli. La trasmissione di modelli iconografici orientali, in effetti, è continuata in Occidente oltre il Rinascimento, e ancor oggi le più celebri immagini miracolose venerate nella Chiesa Cattolica sono icone di stile bizantino. Vinto da un'invincibile nostalgia il teologo russo Evdokimov, transfuga in occidente, annota:
«Si può dire che misticamente, il Medio Evo si spegne precisamente quando scompaiono gli Angeli, quando l'icona cede il posto all'immagine allegorica e didattica […] È la fine dell'arte romanica, arte essenzialmente iconografica, ed è qui che l'Occidente si distacca dall'Oriente».
Anche la cultura marittima della Rimini tardoantica e medioevale, ha legato la nostra città in un comune destino spirituale ed artistico a quelle piccole Bisanzio che sono Ravenna e Venezia, se non alle città slave della sponda opposta; per questo l'
Ariminum latina e cristiana si è lasciata coinvolgere molto a lungo dalle brezze delicate ed inebrianti delle perfette e sfolgoranti liturgie orientali. Non bisogna quindi stupirsi che la scuola trecentesca riminese, la quale ha trovato nel modernissimo Giotto una fonte ispiratrice di primaria importanza, un maestro indiscusso, se non addirittura un fondatore, incastoni le novità più audaci dell'affrescatore di Assisi e Padova in una solida struttura bizantina, attenendosi Maestà della chiesa di Sant'Agostino - attribuita a Zangolo da Riminialle antiche norme iconografiche. Ciò non accade per incapacità di osare, ma per il desiderio di restare ancorati a radici culturali che affondano in un terreno metafisico in cui il mondo invisibile paradossalmente si comunica nelle tavole, negli affreschi, nelle miniature dei testi sacri e liturgici. Dall'arcaico Giovanni, al Giuliano scisso fra tradizione e modernità, dal miniatore Neri al commovente Pietro, fino al misterioso Zangolo, quest'arte riminese, nelle architetture delle storiette, nelle vesti dei personaggi non meno che nei colori densi e accesi come smalti, accoglie il favoloso e vivido cosmo del culto orientale, vera sintesi delle arti visive, auditive, tattili ed olfattive, vera iniziazione di tutti i sensi alla contemplazione dell'invisibile, della quarta dimensione. Non per nulla le numerose e splendide pale d'altare italiane sono chiamate ancone proprio storpiando il termine greco originale icone e non vi è quindi da meravigliarsi del tanto devoto incanto della pittura riminese del Trecento, fa piuttosto meraviglia e commuove noi diseredati moderni che le Chiese d'Oriente, grazie a Dio, dipingano ancora così. Ma le radici profonde tornano ad emergere e il mondo riminese, che da alcuni anni a questa parte, si è lasciato conquistare dall'arte sacra dell'Oriente mediterraneo ed europeo, soppiantando, nel culto popolare, i sentimentali santini del Cattolicesimo romano, può rinnovare il proprio sguardo spirituale nella preziosa penombra della piccola Chiesa ortodossa dedicata alla Presentazione della Vergine al Tempio. Sacri artigiani provenienti dalla Grecia ne hanno recentemente affrescato la facciata e le pareti interne con le immagini del mondo celeste che per secoli sono state silenziosamente trasmesse su pareti e tavole di legno. Ma anche nella coscienza artistica cittadina si sta evolvendo un'ubbidiente e silenziosa scuola di pittori devoti e ispirati. Così la parrocchia di Regina Pacis, accoglie nella propria moderna struttura, un affresco ed un trittico del giovane artista Giuseppe Pecci. Il gusto bizantino e slavo delle sue opere apre spazi vertiginosi alla nostra meditazione e le rivela come mistagogie, cioè come iniziazioni al Mistero indicibile della morte e della Resurrezione dell’Agnello di Dio, sgozzato fin dalla fondazione del mondo. Anche nella severa cornice barocca della Chiesa monastica di Monte Tauro, che ospita una piccola comunità dossettiana, padre Gioacchino Vaccarini, maestro d'icone ed affreschi, molto amato e richiesto anche dai fratelli Ortodossi, ha dipinto una minuscola e struggente cappella, unendo allo splendore trasfigurato di Bisanzio il senso profondo dell'umanità di Cristo, tipico del fulgido Trecento riminese.
Forse ha ragione
Henri Matisse quando proclama che il Rinascimento è la decadenza; certo è che oggi è grande, persino a Rimini, il rammarico per lo smarrimento dell'arte medioevale, dell'iconografia bizantina e russa, del loro genio contemplativo, che ha incantato il cuore di William Butler Yeats, desideroso d'immergersi in questo artificio di eternità raggiante, che ha incenerito lo sguardo orante di Cristina Campo attraverso l'oro e l'azzurro delle cupole e le tremende e vivificanti liturgie orientali.
«Bisanzio tende una coppa - scrive il poeta francese Yves BonnefoyPer un istante possiamo attingervi con le labbra l'acqua invisibile, finitudine resa presenza, che scorre nella profondità di tutto».
È tempo che la nostra città ricompia questo pellegrinaggio alle fonti e si abbeveri, che assimili quel linguaggio con cui si sfiora il cuore antico di quell'universo adriatico, slavo e mediterraneo al quale da tempi immemorabili apparteniamo.
Vergine del buon cammino bizantina
Dormizione della Vergine - Icona russa di Teofane il Greco

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