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A
proposito di giovani artisti «fuoriluogo» vorrei parlare
di Stefano Campana,
un artista forse più che giovane, nel senso che, essendo
stato preferito dagli dei, giovane lo sarà per sempre.
Stefano Campana era architetto, esercitava quindi un mestiere che
per definizione è legato allo spazio, ma lui in particolare
fece del suo mestiere un dialogo costante con i luoghi.
Spirito inquieto e grande viaggiatore scelse, dopo molte esperienze
in altri paesi e latitudini, di dedicare tutte le sue energie ai
luoghi in cui era nato, e così i suoi avi e così probabilmente
i suoi figli.
Si impegnò per la salvaguardia proprio di questo angolo di
mondo con quella sollecitudine che spesso ci spinge ad occuparci
delle persone che il destino ci ha messo accanto proprio per questa
unica ragione che, per chi ci crede, ne nasconde altre inconoscibili.
E tale solerzia è maggiore se coloro che ci sono più
prossimi sono anche vittima di qualche offesa.
E Stefano vedeva assai offeso il nostro territorio, tanto più
offeso quanto originariamente bello e potenzialmente ancora molto
ricco di bellezze.
Dalle sue esperienze di studio e di lavoro in Francia e in Germania
aveva mutuato due espressioni che usava spesso e che esprimono bene
due chiari concetti, approcci allo spazio urbano, e non, e una molto
più matura consapevolezza dei luoghi e della loro gestione
e progettazione che non nel nostro paese: una era «distruzione
silenziosa». Con chiaro riferimento al degrado edilizio che
si continua ad edificare lentamente e inesorabilmente grazie al
silenzio di amministratori e tecnici. L'altra espressione, la quale
oggi è piuttosto usata, è «restauro del paesaggio»,
definizione alla quale affiancava con effetto stridente il neologismo
del quale la nostra città si può vantare ovvero «riminizzazione,
qualora – recita lo Zingarelli
– riminizzare significa deturpare con
colate di cemento una costa o un territorio.»
Nonostante
tutto questo non gli abbia agevolato la carriera né tantomeno
fatto guadagnare incarichi pubblici, Campana ha sempre portato avanti
questioni e battaglie non solo con toni provocatori ma spesso anche
poetici che lo aiutarono nel suo lavoro di sensibilizzazione al
problema urbanistico da parte di cittadini e amministratori i quali
spesso lo stimavano pur senza poter realizzare le sue proposte,
per quello stesso motivo che impedisce al buon senso di essere perseguito
a fronte di interessi di natura più oscura che complessa.
La bellezza e l'importanza del suo ricordo trae ancora forza, a
cinque anni dalla sua scomparsa, dalla ricchezza del suo tipo di
impegno vissuto su due fronti diversi e complementari. Accanto al
lavoro fatto di discussioni e scontri con commissioni edilizie,
amministrazioni pubbliche e private, e burocrazie varie Stefano
Campana portava avanti con appassionata costanza e quasi direi con
necessità quasi fosse un coronamento indispensabile della
rivoluzione impossibile nella quale il suo essere più intimo
non poteva rinunciare a credere fortemente, un lavoro artistico
di grande forza poetica. Se attingesse solo alla sua passione e
conoscenza storica e architettonica o invece ad una memoria dello
spirito che molto più di noi ha viaggiato e conosciuto, non
lo si può sapere, ma ci rimane di guardare le sue immagini
di luoghi abitati da un tempo indefinibile e resi ancora più
enigmatici e misteriosi dalla tecnica della puntasecca che gli permetteva
di esprimere senza colori e quasi senza disegno l'intangibilità
del tempo che pacifico e terribile attraversa la natura e le architetture,
ridotte nelle sue carte a tracce fatte della stessa sostanza della
delicata e precaria eternità dei profili delle montagne o
delle fondamenta di un tempio o delle tracce lasciate sul terreno
da una teoria di cipressi.
Forse le sue incisioni esprimevano con il silenzio quello che egli
stesso non avrebbe mai potuto gridare ad una giunta o ad una commissione
per l'edilizia o a qualunque imprenditore o sindaco in fregola di
grandezza, ovvero che ogni civiltà, o imperatore altro non
può edificare se non delle rovine.
Lui che si sentiva ovunque fuoriluogo vedeva forse specchiarsi nelle
lastre di rame delle sue incisioni i riflessi e i paesaggi della
sua vera patria.
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