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L'arte nel riminese dal
Trecento all'Ottocento
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Si avverte l'esigenza, al fine
di restituire un panorama, se non esaustivo, quanto meno coerente
della realtà contemporanea nel mondo dell'arte, nel territorio
riminese, di ripercorrere, seppur sommariamente, la storia dell'arte
che dal Trecento arriva fino a noi.
Si può ancora parlare di scuola riminese trecentesca essendoci
tratti ed affinità espressive comuni tra i vari autori, che
ad essa tradizionalmente si fanno appartenere, pur non essendoci
chiarezza sulle sue origini e sugli stimoli che le diedero vita.
Fu, però, molto importante la stabilità politica ed
economica che seguì, nella città di Rimini, la definitiva
estromissione del partito ghibellino, rappresentato in loco dalla
famiglia Parcitadi, ad opera del «Mastin
Vecchio» da Verucchio,
primo dei Malatesta,
alla guida del partito guelfo. Saggiamente il Malatesta, pur riformando
gli statuti, non si insediò a signore di Rimini, ma garantì
la sopravvivenza del Comune.
Lo stile degli artisti inclusi in tale scuola è caratterizzato
da varie influenze, da quella bizantina, proveniente da Ravenna,
a quella toscana di Cimabue
ma anche umbra e bolognese col maestro di San
Francesco.
Importante influenza ebbe, sulla pittura del trecento, anche la
miniatura che contribuì a divulgare il «nuovo stile»
inaugurato da Giotto.
E' riscontrabile, nei maestri riminesi, una forte mimica dei personaggi
accompagnata da uno spirito severo ed essenziale.
Fondamentale fu l'influenza di Giotto
che soppiantò la tradizione duecentesca, sostituendola con
l'alto valore morale e umanitario tipico delle sue opere.
L'eccezionale fenomeno culturale, artistico e mentale che fu la
«scuola riminese»
si esaurirà a metà
del trecento provocando a Rimini e nel circondario l'accentuazione
della richiesta di opere d'arte di artisti 'stranieri'.
A questa nuova penetrazione corrispose un notevole mutamento di
gusto sia nella committenza che nei rari artisti locali, l'esistenza
dei quali è attestata più dai documenti che non dalle
loro opere, attivi alle soglie del Quattrocento.
Tra gli artisti stranieri, le influenze più rilevanti vengono
dai veneziani ma anche dai bolognesi-emiliani e dai francesi.
Non è possibile stabilire quanti di questi maestri stranieri
soggiornarono nella città di Rimini e quanti, invece, inviarono
solo le loro opere attraverso le consuete vie commerciali.
Il prodotto artistico si muove, quindi, lungo i percorsi di tutti
gli altri prodotti commerciali spandendo, attorno a se, l'aura della
cultura che li ha generati.
E' certo, però, che si possa rilevare la presenza di una
Cultura Artistica Adriatica caratterizzata da una forte omogeneità
e uniformata agli stessi modelli che, in prossimità del mare,
scende dal Veneto sin quasi alla Puglia e risale dall'altra parte
dell'Adriatico lungo tutta la costa della Jugoslavia.
La presenza di artisti stranieri è vastissima nel riminese
tanto che non si attesta, per il Quattrocento, l'esistenza di artisti
locali rilevanti.
Nemmeno per le grandi imprese malatestiane saranno utilizzate forze
indigene; Sigismondo
chiamerà, infatti, tutti artisti forestieri, senza curarsi
delle loro tendenze linguistiche, impiegando allo stesso modo e
in tempi piuttosto prossimi Pisanello
e Piero della Francesca.
Rimini non si curerà troppo di queste divergenti tendenze
di stile e di pensiero; certamente, seppur annoverata fra i centri
del Rinascimento, fu piuttosto area di Rinascimento Umbratile o
Pseudo-Rinascimento ed in questa tendenza è collocabile l'unico
pittore rilevante a cui diede i natali e, cioè, Giovan
Francesco da Rimini del quale,
però, nella città non si conserva alcuna opera.
Molte opere di grandissimi maestri
rinascimentali, come il Ghirlandaio,
o il Bellini,
giunsero a Rimini per volontà del Malatesta, portando seco
tutto un patrimonio formale e stilistico cresciuto e maturato altrove
che arricchì notevolmente quello autoctono.
Con la decadenza, e la successiva estinzione della Signoria dei
Malatesta, si apre per Rimini un periodo di travaglio sia politico
che economico.
Si ricorda tra il 1500 e il 1503 la Signoria sulla città
di Cesare Borgia,
al termine della quale, Rimini torna nelle mani di Pandolfo
Malatesta, che però la
cedette a Venezia, sotto l'influenza della quale rimase fino al
1509. Dopo tale data la città tornò a far parte dei
possedimenti della Chiesa. Se l'influenza politica di Venezia fu
temporalmente piuttosto limitata fu, invece, ben più importante
culturalmente soprattutto nell'ambito pittorico: già a partire
dal Trecento sono rilevabili polittici, tavole e teleri, dipinti
da artisti veneziani, capeggianti sugli altari delle Chiese riminesi.
Importante tramite per l'importazione di opere d'arte, e non solo,
fu naturalmente il Porto, uno dei più attivi dell'Adriatico,
che mantenne, per tutto il Cinquecento, un ruolo economicamente
preponderante. Grazie alla via Flaminia si fece rilevante lo scambio
dialogico fra Romagna e Marche ma anche con la Valle Padana, attraverso
la mediazione emiliana.
Va menzionato, fra gli artisti locali del tempo, Benedetto
Coda che, insieme ai figli Francesco
e Raffaele,
diede vita ad un'importante e fiorente bottega che si estinse solo
nel 1563.
La provenienza di questo maestro è ancora incerta non essendoci
documenti che lo riguardino precedenti al suo arrivo a Rimini, di
certo, però, le città di Venezia, Treviso e Ferrara,
se pure non gli diedero i natali, influenzarono, in modo determinante,
l'elaborazione del suo linguaggio figurativo tanto da far supporre,
quanto meno, un soggiorno in questi luoghi.
Notevoli furono, in questo artista, i prestiti raffaelleschi, evidenti
soprattutto nel gruppo centrale dell'opera «Madonna
con Bambino e San Giovannino».
Il Coda conobbe l'opera dell'artista urbinate, probabilmente grazie
alla mediazione di qualche collezionista.
Solo Girolamo Marchesi
da Cotignola, presente a Rimini
dal 1512, poteva competere, nell'acquisizione delle commissioni,
con la bottega dei Coda. Marchesi fu allievo dello Zaganelli
che seguì a Ravenna prima di giungere a Rimini; la sua opera
ci appare caratterizzata da un impianto formale tipicamente quattrocentesco,
al quale si aggiunge una notevole sensibilità per il colore,
per i suoi contrasti e la sua brillantezza, e da un gusto, di carattere
nordico, per il particolarismo paesaggistico, elemento, questo,
comprovante l'eterogeneità della formazione degli artisti
dell'epoca. A Rimini il particolarismo degli artisti riesce ad esprimersi
in tutte le sue varianti, anche le più contradditorie; questa
sorta di apertura mentale ed anche di spirito favorevole all'innovazione,
che però contempla senza contestare e, forse, senza lasciarsi
minare nelle fondamenta della propria tradizione, sarà una
caratteristica peculiare del territorio riminese fino ai giorni
nostri.
Merita, fra gli altri, di essere menzionata a Rimini la presenza
del Vasari
che vi giunse per far correggere le bozze delle sue notissime «Vite»
di personaggi illustri, ma che, a Rimini, lasciò anche un
suo dipinto «L'adorazione
dei Magi».
Il ricco panorama artistico del Cinquecento non si esaurisce con
questi nomi che hanno solo valore esemplare di tale diversificata
realtà.
La pittura del secolo successivo fu, a Rimini come altrove, quasi
esclusivamente di destinazione chiesastica e, quindi, di necessità,
ottemperava a scopi devozionali e di culto; la commissione di dipinti
profani, e comunque laici, non era certo inesistente ma la difficoltà
di ricostruirne il panorama ne fa supporre la scarsità.
Il mutamento, nel gusto e nello stile, avviene per gradi anche grazie
alla penetrazione in territorio riminese della grande lezione di
Federico Fiori
detto Barocci
(1535-1612) che sconvolge il panorama dell'arte pittorica con una
sarabanda cromatica e timbrica di ineguagliata intensità,
che si combina con il recupero del più aspro manierismo locale.
Fra gli altri ricordiamo Guido
Cagnacci, Giovan
Francesco Nagli detto il Centino,
ma anche Giovan Francesco
Barbieri detto il
Guercino.
Guido Cagnacci attinse
dal naturalismo romano, appreso durante i soggiorni nella città,
ma grazie alla naturale e spregiudicata attitudine alla sperimentazione
fu artista capace di repentini e sorprendenti cambiamenti di stile;
diverse furono le influenze riscontrabili nelle sue opere, influenze
spesso frutto della frequentazione diretta, dal Guercino a Guido
Reni, da Ludovico
Carraci al Gentileschi.
La sua opera ci appare caratterizzata da un'esuberante ed esibita
sensualità privilegiando l'impatto emotivo e visivo, nell'estasi
di Teresa d'Avila,
nella pala dei Carmelitani,
la sensualità trova il suo apice d'espressione; chiamato
ad infondere nei suoi personaggi il furor devozionale, egli li inebria
di bellezza facendoli raffinati danzatori.
Pittore molto distante dalla sensualità del Cagnacci sarà,
invece, il Centino
che, scevro della carica sperimentale di Guido, proporrà
un'umanità più intimamente semplice e umile, un'umanità
devota e greve. Sono, nella sua opera, riscontrabili le influenze
di Guerrieri
e di Zallone.
Con il passare del tempo il segno si fa meno marcato e deciso divenendo
più sfumato e associato a gamme di colore più chiare
e morbide, nel contempo si accentua una, pur sempre cauta, idealizzazione
dei personaggi.
Il Guercino
approderà a Rimini nel periodo della maturità e sarà
molto apprezzato, oltre che dalla committenza religiosa, anche dai
collezionisti privati, uno fra tutti Francesco
Manganoni la cui collezione
contava più di venti opere dell'artista.
Per il diciottesimo secolo ricordiamo Nicola
Levoli, monaco eremitano, allievo
di Ubaldo Gandolfi,
autore di nature morte di pesci, pennuti, utensili domestici e,
come è stato di recente documentato, anche di fiori. Nella
pittura del Levoli si rispecchia l'anima conventuale, la sua frugalità
e la sua concentrazione; essa ci appare, infatti, come un'umile
poesia del quotidiano nella quale il più piccolo gesto acquisisce
importanza e merita di essere notato e ricordato.
Dopo la sua morte, non solo nessuno raccolse la sua eredità,
ma si obliò, per Rimini, anche la natura morta come genere
pittorico.
Giuseppe Soleri Brancaleoni
si fece interprete della vita di provincia con la sua religione
tutta creduta e partecipata, le sue immagini un po' polverose di
devozioni domestiche e popolari. La sua pittura è esemplare
della mentalità riminese della seconda metà del 1700,
per la quale «l'arte è al servizio della virtù
e il bello relegato in soffitta».
L'Ottocento non sarà un periodo di fervore artistico per
il riminese, nonostante, e forse proprio a causa, della presenza
nella città di Felice
Giani.
La sua straordinaria capacità di cogliere l'attimo, di restituire
dignità e consistenza all'istante non influenzerà
gli artisti locali della prima metà del secolo, per avere
personalità degne di nota dovremo aspettare il 1873 e Guglielmo
Bilancioni...
Bilancioni trovò terreno fertile, sul quale far crescere
la sua forte personalità, nella Rimini post-unitaria che
si riscopriva desiderosa di imprimersi un giro più ampio,
ben presto frizzante e cosmopolita. Sarà molto amato, sia
dalla borghesia che dall'aristocrazia locali che lo ritenevano adatto
a rappresentarle e Bilancioni ne divenne l'interprete ufficiale:
solido, sicuro, non sensibilissimo...
Ma l'artista non fu solo questo, non fu solo nelle commissioni che
così abilmente esaudiva, riservava a se un piccolo spazio
segreto che si esplica in opere come «Ritratto
di giovane nero».
Di certo il più grande merito di Bilancioni fu quello di
aver spezzato l'abulìa nella quale versava Rimini e di aver
fatto si che si riscoprisse protagonista e non più spettatrice.
Artista dal genio opposto rispetto a quello di Guglielmo fu Norberto
Pazzini; tanto l'uno apparteneva
alla mondanità, alla città, alla velocità e
al progresso, tanto l'altro attingeva dalla natura, dai suoi ritmi...Provò
tutti gli stili dai macchiaioli ai nazareni, ai preraffaeliti, poi
azzerò ogni esperienza e si immerse nel profondo del suo
Io. La sua fu pittura di attese, di osservazione, di resa delle
emozioni; ogni particolare è restituito interiorizzato e
vissuto dall'anima dell'artista.
«Rimini dopo la
pioggia» diviene manifesto
della poetica del Pazzini e servirà da riferimento a molti
pittori di marine dell'inizio del secolo successivo, che si affrancheranno
con molta difficoltà da questa eredità.

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