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Terra di passaggio
l'arte nel riminese e il legame col territorio | di Carlotta Melegari

L'arte nel riminese dal Trecento all'Ottocento
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Si avverte l'esigenza, al fine di restituire un panorama, se non esaustivo, quanto meno coerente della realtà contemporanea nel mondo dell'arte, nel territorio riminese, di ripercorrere, seppur sommariamente, la storia dell'arte che dal Trecento arriva fino a noi.
Si può ancora parlare di scuola riminese trecentesca essendoci tratti ed affinità espressive comuni tra i vari autori, che ad essa tradizionalmente si fanno appartenere, pur non essendoci chiarezza sulle sue origini e sugli stimoli che le diedero vita.
Fu, però, molto importante la stabilità politica ed economica che seguì, nella città di Rimini, la definitiva estromissione del partito ghibellino, rappresentato in loco dalla famiglia Parcitadi, ad opera del
«Mastin Vecchio» da Verucchio, primo dei Malatesta, alla guida del partito guelfo. Saggiamente il Malatesta, pur riformando gli statuti, non si insediò a signore di Rimini, ma garantì la sopravvivenza del Comune.
Lo stile degli artisti inclusi in tale scuola è caratterizzato da varie influenze, da quella bizantina, proveniente da Ravenna, a quella toscana di
Cimabue ma anche umbra e bolognese col maestro di San Francesco.
Importante influenza ebbe, sulla pittura del trecento, anche la miniatura che contribuì a divulgare il «nuovo stile» inaugurato da
Giotto. E' riscontrabile, nei maestri riminesi, una forte mimica dei personaggi accompagnata da uno spirito severo ed essenziale.

Scuola riminese del Trecento, «Disputa coi dottori». Particolare dell'affresco. Tolentino, Basilica di San Nicola.
Giorgio Vasari, «Adorazione dei Magi». Dipinto su tela. Rimini, chiesa di S. Maria di Scolca, S. Fortunato.

Fondamentale fu l'influenza di Giotto che soppiantò la tradizione duecentesca, sostituendola con l'alto valore morale e umanitario tipico delle sue opere.
L'eccezionale fenomeno culturale, artistico e mentale che fu la
«scuola riminese» si esaurirà a metà del trecento provocando a Rimini e nel circondario l'accentuazione della richiesta di opere d'arte di artisti 'stranieri'.
A questa nuova penetrazione corrispose un notevole mutamento di gusto sia nella committenza che nei rari artisti locali, l'esistenza dei quali è attestata più dai documenti che non dalle loro opere, attivi alle soglie del Quattrocento.
Tra gli artisti stranieri, le influenze più rilevanti vengono dai veneziani ma anche dai bolognesi-emiliani e dai francesi.
Non è possibile stabilire quanti di questi maestri stranieri soggiornarono nella città di Rimini e quanti, invece, inviarono solo le loro opere attraverso le consuete vie commerciali.
Il prodotto artistico si muove, quindi, lungo i percorsi di tutti gli altri prodotti commerciali spandendo, attorno a se, l'aura della cultura che li ha generati.
E' certo, però, che si possa rilevare la presenza di una Cultura Artistica Adriatica caratterizzata da una forte omogeneità e uniformata agli stessi modelli che, in prossimità del mare, scende dal Veneto sin quasi alla Puglia e risale dall'altra parte dell'Adriatico lungo tutta la costa della Jugoslavia.
La presenza di artisti stranieri è vastissima nel riminese tanto che non si attesta, per il Quattrocento, l'esistenza di artisti locali rilevanti.
Nemmeno per le grandi imprese malatestiane saranno utilizzate forze indigene;
Sigismondo chiamerà, infatti, tutti artisti forestieri, senza curarsi delle loro tendenze linguistiche, impiegando allo stesso modo e in tempi piuttosto prossimi Pisanello e Piero della Francesca. Rimini non si curerà troppo di queste divergenti tendenze di stile e di pensiero; certamente, seppur annoverata fra i centri del Rinascimento, fu piuttosto area di Rinascimento Umbratile o Pseudo-Rinascimento ed in questa tendenza è collocabile l'unico pittore rilevante a cui diede i natali e, cioè, Giovan Francesco da Rimini del quale, però, nella città non si conserva alcuna opera.

Domenico Ghirlandaio, «Pala». Dipinto su tavola. Rimini, Musei comunali.

Molte opere di grandissimi maestri rinascimentali, come il Ghirlandaio, o il Bellini, giunsero a Rimini per volontà del Malatesta, portando seco tutto un patrimonio formale e stilistico cresciuto e maturato altrove che arricchì notevolmente quello autoctono.
Con la decadenza, e la successiva estinzione della Signoria dei Malatesta, si apre per Rimini un periodo di travaglio sia politico che economico.
Si ricorda tra il 1500 e il 1503 la Signoria sulla città di
Cesare Borgia, al termine della quale, Rimini torna nelle mani di Pandolfo Malatesta, che però la cedette a Venezia, sotto l'influenza della quale rimase fino al 1509. Dopo tale data la città tornò a far parte dei possedimenti della Chiesa. Se l'influenza politica di Venezia fu temporalmente piuttosto limitata fu, invece, ben più importante culturalmente soprattutto nell'ambito pittorico: già a partire dal Trecento sono rilevabili polittici, tavole e teleri, dipinti da artisti veneziani, capeggianti sugli altari delle Chiese riminesi. Importante tramite per l'importazione di opere d'arte, e non solo, fu naturalmente il Porto, uno dei più attivi dell'Adriatico, che mantenne, per tutto il Cinquecento, un ruolo economicamente preponderante. Grazie alla via Flaminia si fece rilevante lo scambio dialogico fra Romagna e Marche ma anche con la Valle Padana, attraverso la mediazione emiliana.
Va menzionato, fra gli artisti locali del tempo,
Benedetto Coda che, insieme ai figli Francesco e Raffaele, diede vita ad un'importante e fiorente bottega che si estinse solo nel 1563.
La provenienza di questo maestro è ancora incerta non essendoci documenti che lo riguardino precedenti al suo arrivo a Rimini, di certo, però, le città di Venezia, Treviso e Ferrara, se pure non gli diedero i natali, influenzarono, in modo determinante, l'elaborazione del suo linguaggio figurativo tanto da far supporre, quanto meno, un soggiorno in questi luoghi.
Notevoli furono, in questo artista, i prestiti raffaelleschi, evidenti soprattutto nel gruppo centrale dell'opera
«Madonna con Bambino e San Giovannino». Il Coda conobbe l'opera dell'artista urbinate, probabilmente grazie alla mediazione di qualche collezionista.
Solo
Girolamo Marchesi da Cotignola, presente a Rimini dal 1512, poteva competere, nell'acquisizione delle commissioni, con la bottega dei Coda. Marchesi fu allievo dello Zaganelli che seguì a Ravenna prima di giungere a Rimini; la sua opera ci appare caratterizzata da un impianto formale tipicamente quattrocentesco, al quale si aggiunge una notevole sensibilità per il colore, per i suoi contrasti e la sua brillantezza, e da un gusto, di carattere nordico, per il particolarismo paesaggistico, elemento, questo, comprovante l'eterogeneità della formazione degli artisti dell'epoca. A Rimini il particolarismo degli artisti riesce ad esprimersi in tutte le sue varianti, anche le più contradditorie; questa sorta di apertura mentale ed anche di spirito favorevole all'innovazione, che però contempla senza contestare e, forse, senza lasciarsi minare nelle fondamenta della propria tradizione, sarà una caratteristica peculiare del territorio riminese fino ai giorni nostri.
Merita, fra gli altri, di essere menzionata a Rimini la presenza del
Vasari che vi giunse per far correggere le bozze delle sue notissime «Vite» di personaggi illustri, ma che, a Rimini, lasciò anche un suo dipinto «L'adorazione dei Magi».
Il ricco panorama artistico del Cinquecento non si esaurisce con questi nomi che hanno solo valore esemplare di tale diversificata realtà.
La pittura del secolo successivo fu, a Rimini come altrove, quasi esclusivamente di destinazione chiesastica e, quindi, di necessità, ottemperava a scopi devozionali e di culto; la commissione di dipinti profani, e comunque laici, non era certo inesistente ma la difficoltà di ricostruirne il panorama ne fa supporre la scarsità.
Il mutamento, nel gusto e nello stile, avviene per gradi anche grazie alla penetrazione in territorio riminese della grande lezione di
Federico Fiori detto Barocci (1535-1612) che sconvolge il panorama dell'arte pittorica con una sarabanda cromatica e timbrica di ineguagliata intensità, che si combina con il recupero del più aspro manierismo locale.
Fra gli altri ricordiamo
Guido Cagnacci, Giovan Francesco Nagli detto il Centino, ma anche Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino.
Guido Cagnacci attinse dal naturalismo romano, appreso durante i soggiorni nella città, ma grazie alla naturale e spregiudicata attitudine alla sperimentazione fu artista capace di repentini e sorprendenti cambiamenti di stile; diverse furono le influenze riscontrabili nelle sue opere, influenze spesso frutto della frequentazione diretta, dal Guercino a Guido Reni, da Ludovico Carraci al Gentileschi. La sua opera ci appare caratterizzata da un'esuberante ed esibita sensualità privilegiando l'impatto emotivo e visivo, nell'estasi di Teresa d'Avila, nella pala dei Carmelitani, la sensualità trova il suo apice d'espressione; chiamato ad infondere nei suoi personaggi il furor devozionale, egli li inebria di bellezza facendoli raffinati danzatori.
Pittore molto distante dalla sensualità del Cagnacci sarà, invece, il
Centino che, scevro della carica sperimentale di Guido, proporrà un'umanità più intimamente semplice e umile, un'umanità devota e greve. Sono, nella sua opera, riscontrabili le influenze di Guerrieri e di Zallone. Con il passare del tempo il segno si fa meno marcato e deciso divenendo più sfumato e associato a gamme di colore più chiare e morbide, nel contempo si accentua una, pur sempre cauta, idealizzazione dei personaggi.
Il
Guercino approderà a Rimini nel periodo della maturità e sarà molto apprezzato, oltre che dalla committenza religiosa, anche dai collezionisti privati, uno fra tutti Francesco Manganoni la cui collezione contava più di venti opere dell'artista.
Per il diciottesimo secolo ricordiamo
Nicola Levoli, monaco eremitano, allievo di Ubaldo Gandolfi, autore di nature morte di pesci, pennuti, utensili domestici e, come è stato di recente documentato, anche di fiori. Nella pittura del Levoli si rispecchia l'anima conventuale, la sua frugalità e la sua concentrazione; essa ci appare, infatti, come un'umile poesia del quotidiano nella quale il più piccolo gesto acquisisce importanza e merita di essere notato e ricordato.
Dopo la sua morte, non solo nessuno raccolse la sua eredità, ma si obliò, per Rimini, anche la natura morta come genere pittorico.
Giuseppe Soleri Brancaleoni si fece interprete della vita di provincia con la sua religione tutta creduta e partecipata, le sue immagini un po' polverose di devozioni domestiche e popolari. La sua pittura è esemplare della mentalità riminese della seconda metà del 1700, per la quale «l'arte è al servizio della virtù e il bello relegato in soffitta».
L'Ottocento non sarà un periodo di fervore artistico per il riminese, nonostante, e forse proprio a causa, della presenza nella città di
Felice Giani.
La sua straordinaria capacità di cogliere l'attimo, di restituire dignità e consistenza all'istante non influenzerà gli artisti locali della prima metà del secolo, per avere personalità degne di nota dovremo aspettare il 1873 e
Guglielmo Bilancioni...
Bilancioni trovò terreno fertile, sul quale far crescere la sua forte personalità, nella Rimini post-unitaria che si riscopriva desiderosa di imprimersi un giro più ampio, ben presto frizzante e cosmopolita. Sarà molto amato, sia dalla borghesia che dall'aristocrazia locali che lo ritenevano adatto a rappresentarle e Bilancioni ne divenne l'interprete ufficiale: solido, sicuro, non sensibilissimo...
Ma l'artista non fu solo questo, non fu solo nelle commissioni che così abilmente esaudiva, riservava a se un piccolo spazio segreto che si esplica in opere come
«Ritratto di giovane nero».
Di certo il più grande merito di Bilancioni fu quello di aver spezzato l'abulìa nella quale versava Rimini e di aver fatto si che si riscoprisse protagonista e non più spettatrice.
Artista dal genio opposto rispetto a quello di Guglielmo fu
Norberto Pazzini; tanto l'uno apparteneva alla mondanità, alla città, alla velocità e al progresso, tanto l'altro attingeva dalla natura, dai suoi ritmi...Provò tutti gli stili dai macchiaioli ai nazareni, ai preraffaeliti, poi azzerò ogni esperienza e si immerse nel profondo del suo Io. La sua fu pittura di attese, di osservazione, di resa delle emozioni; ogni particolare è restituito interiorizzato e vissuto dall'anima dell'artista.
«Rimini dopo la pioggia» diviene manifesto della poetica del Pazzini e servirà da riferimento a molti pittori di marine dell'inizio del secolo successivo, che si affrancheranno con molta difficoltà da questa eredità.

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