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L'arte nel riminese
nel Novecento
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Il panorama artistico di questo secolo nel riminese, è
caratterizzato da una netta cesura che separa la prima parte del
novecento dal secondo dopo guerra.
Rimini appare, come molte province italiane, una realtà periferica,
isolata e quasi impermeabile hai fermenti europei, soprattutto francesi;
le manca, inoltre, anche una solida continuità in ambito
artistico, fattore questo, che può coerentemente giustificare
l'eterogeneità delle espressioni artistiche rilevabili sul
territorio.
E' importante notare, altresì, che l'isolamento della città
durò a lungo, rare furono le esposizioni, scarse le occasioni
di incontro e di scambio sull'esperienza artistica, ciò determinò
un clima di ritardo culturale, manifesto, soprattutto nella sopravvivenza
di generi altrove superati: la pittura di genere sarà, fino
agli sessanta del secolo, lo stile più praticato ed apprezzato
dalla dominante borghesia riminese. Gli occasionali soggiorni nella
città di artisti della levatura di Boccioni
o De Pisis non riuscirono
a mutare, se non momentaneamente, il romagnolismo di maniera.
Nella grafica si registrano maggiori sperimentazioni e più
attenzione per le novità provenienti dall'estero ma grafica
e pittura vengono ancora considerate nettamente separate così,
ciò che è permesso nell'una, caratterizzata da un
atteggiamento ludico e creativo, è inapropriato per l'altra,
dominata da un carattere conservatore e nostalgico.
Il genere di maggior successo nell'area cittadina
sarà, per la prima metà del secolo, il ritratto.
Bilancioni, con la sua oggetività, con la sua pittura
fedele alla tradizione accademica scevra di indagine psicologica
o di resa emozionale, farà scuola stabilendo un precedente
a lungo perpetuato dagli artisti locali.
Seguage del Bilancioni fu Francesco
Bricci che considerava la sua pittura documento fedele della
realtà ed è questo scopo che si prefisse nel dipingere
anche il ritratto di «Medici
riminesi».
Il toscano Bicchi, presente
in città dal 1912, riuscirà, in qualche caso a scuotere
i pittori riminesi dalla loro pittura lenta e sentimentale con la
sua pittura rapida e graffiante; suo allievo sarà Gino
Ravaioli che uscirà dalle case borghesi per ritrarre
popolani e pescatori non riuscendo, però, a uscire dalla
tipizzazione dei personaggi, incapace di sentire un mondo che, in
realtà, avverte come estraneo.
La campagna offre ispirazione ad artisti caratterizzati da una poetica
alquanto differente che cercano illusioni e consolazioni da contrapporre
a quel poco di modernità che invadeva la provincia, opponendo,
per quasi quarant’anni, una tenace resistenza ad ogni rinnovamento.
Alla morte di Bilancioni si formano gruppi di artisti che rifuggono
dai modi della tradizione accademica e tra essi ricordiamo Emilio
Filippini. Filippini nasce a Cattolica nel 1870 ma si forma
artisticamente a Venezia, inizialmente la sua pittura è atta
a cogliere scene di vita quotidiana e scorci naturali resi con colori
accesi ma sfumati nei toni pastello. Tra il 1895 e il 1897 Filippini
viene a contatto, tra Roma e Urbino, con le nuove correnti simboliste
e divisioniste che abbraccia accentuando, così, il suo isolamento
in territorio riminese, dove partecipa solo sporadicamente a manifestazioni
e mostre. Anche attraverso l’utilizzo di queste tecniche,
Emilio sarà in grado di restituire della campagna romagnola
non solo l’aspetto bucolico e rilassante ma anche il lato
oscuro fatto di fatica e dolorosamente contrapposto al 'progressista'
mondo cittadino.
Un tratto comune a tutti i pittori paesaggisti della prima metà
secolo nel riminese è la non aderenza al vero, al quale pure
dicono di ispirarsi, ma, piuttosto a modelli stereotipati che conosco
filtrati da Pazzini.
Di vita propria vive, invece, il litorale,
luogo sospeso nel quale tutto ha il gusto dell’effimero e
le esperienze più diverse trovano espressione senza per altro
turbare l’equilibrio di una tradizione sedimentata e conservatrice
che guarda divertita alle sperimentazioni più varie, senza
restarne turbata o coinvolta per più di una stagione estiva.
Oltre al liberty, che
abbellisce villini estivi di vacanzieri ingentilendo il paesaggio
urbano, trova posto anche una breve stagione futurista con carattere
diverso rispetto a quello, più impegnato, di Faenza, Ravenna
o Imola; a Rimini le sperimentazioni cozzano contro un’idea
dell’arte ristretta a pochi generi, estremamente impostata,
da un punto di vista tecnico, e rigidamente conservatrice. Solo
l’industria del turismo riserva, col suo clima di divertimento,
uno spazio all’arte applicata e i tentativi di far penetrare
le istanze del futurismo fra i pittori riminesi, attraverso le pagine
di riviste estive quali «Il
Gazzettino Azzurro», sul quale intervenne lo stesso
Marinetti, «Il
Pesceragno» e «L’Arco»
rimangono relegati all’editoria turistica col suo sapore goliardico
e ludico senza superare mai l’impianto grafico tradizionale.
E’, probabilmente, nel genere della caricatura che i pittori
riminesi riescono a stemperare la tradizione restituendoci immagini
di rara freschezza espressiva libere da conformismi come nella caricatura
di Cupi, del 1922, fatta
da Pasquini.
Troveranno una discreta risonanza le istanze meccanomorfe del secondo
futurismo e le suggestioni grafiche parasurrealiste e astratte diffuse
tra i riminesi dal periodico di propaganda fascista «Il
Rubicone».
Va menzionata la presenza, per gli anni dal 1928 al 1943, in città
di una personalità del calibro di
Filippo De Pisis che molto si divertiva a meravigliare e
scandalizzare i borghesi ben pensanti. Fu di certo una personalità
eccessiva, più di quanto la provincia potesse permettersi
di tollerare, ma fu anche molto amato dai riminesi che commissionavano
volentieri e in quantità sue opere provocando un cedimento
nella sua resa qualitativa; vive nelle sue opere un’atmosfera
sfaldata e densa, i colori si aggrumano o svaniscono in toni di
decadente sensualità. Forte sarà l’influenza
di De Pisis su alcuni giovani artisti locali come, per esempio,
Pasquini o Pazzini
che tentarono di emulare i suoi colori inquieti e brillanti, carnosi
e sensuali.
Lo scoppio della guerra lacera il territorio
e l’anima di chi vi abita ma, al suo termine, ci si riscopre
miracolosamente vivi e desiderosi di scoprire e indagare la realtà;
i dibattiti fervono in tutta Italia e la libertà alimenta
un’espressione più vera e disinibita da parte degli
artisti, con una maggiore attenzione al popolo e al suo sentire.
Sarà proprio in questa direzione che, almeno inizialmente,
andrà Rimini prediligendo il realismo pittorico e la denuncia
sociale, esemplificata da pittori come Menghi
e Bonini.
Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del decennio successivo
l’Italia è tutta un fermento di esposizioni collettive
dove arte e impegno politico trovano un connubio nel realismo; anche
Rimini bandisce la sua «Biennale
del mare» nel 1953 esordendo con un tema dal titolo
«Vita della gente di
mare» di chiaro orientamento populista e figurativo
e richiamando nomi quali Guttuso,
Mucchi, Pizzicato,
Tettamanti, Levi
e artisti locali come Bonini,
Menghi, Morri,
Miselli, Moroni,
Turci, Bernardi,
Sughi, Cappelli
e Caldari.
Il limite della «Biennale del mare» sarà lo stesso
che ha caratterizzato la sensibilità dei riminesi da sempre,
una fondamentale chiusura verso le novità e una tendenza
a privilegiare forme artistiche atte ad idealizzare realtà
ormai scomparse, o quasi, alimentando il senso del nostalgico e
del malinconico.
Una svolta sarà rappresentata dai Premi
Morgan’s Paint istituiti sul finire degli anni Cinquanta;
la prima edizione del 1957 pur attirando personalità innovative
come Fontana, Moreni,
Cuniberti e Pozzati
si dimostrò disponibile anche verso gli artisti riminesi
della vecchia guardia. Nell’edizione del 1959 non vi sarà
più traccia di simili compromessi, e il progetto, meglio
strutturato del precedente, comprenderà anche una retrospettiva
sui maggiori maestri italiani del novecento, curata da Palma
Bucarelli e Marco Valsecchi,
tra i riminesi invitati troviamo Dasi,
Menghi, Miselli
che espongono insieme a personalità quali Fontana,
Dorazio, Burri,
Novelli e altri.
Nell’edizione del 1961, incentrata su un gemellaggio Italia-Jugoslavia,
non trovano spazio autori riminesi ma il progetto è incentrato
su artisti rappresentativi della linea informale e gestuale.
I Premi Morgan’s hanno il merito di aver stimolato le giovani
generazioni di artisti riminesi a confrontarsi con le nuove tendenze
artistiche, stimolando il dibattito e facendo sì che Rimini
potesse uscire dall’isolamento culturale in cui si trovava.
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