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Terra di passaggio
l'arte nel riminese e il legame col territorio | di Carlotta Melegari

L'arte nel riminese nel Novecento
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Il panorama artistico di questo secolo nel riminese, è caratterizzato da una netta cesura che separa la prima parte del novecento dal secondo dopo guerra.
Rimini appare, come molte province italiane, una realtà periferica, isolata e quasi impermeabile hai fermenti europei, soprattutto francesi; le manca, inoltre, anche una solida continuità in ambito artistico, fattore questo, che può coerentemente giustificare l'eterogeneità delle espressioni artistiche rilevabili sul territorio.
E' importante notare, altresì, che l'isolamento della città durò a lungo, rare furono le esposizioni, scarse le occasioni di incontro e di scambio sull'esperienza artistica, ciò determinò un clima di ritardo culturale, manifesto, soprattutto nella sopravvivenza di generi altrove superati: la pittura di genere sarà, fino agli sessanta del secolo, lo stile più praticato ed apprezzato dalla dominante borghesia riminese. Gli occasionali soggiorni nella città di artisti della levatura di Boccioni o De Pisis non riuscirono a mutare, se non momentaneamente, il romagnolismo di maniera.
Nella grafica si registrano maggiori sperimentazioni e più attenzione per le novità provenienti dall'estero ma grafica e pittura vengono ancora considerate nettamente separate così, ciò che è permesso nell'una, caratterizzata da un atteggiamento ludico e creativo, è inapropriato per l'altra, dominata da un carattere conservatore e nostalgico.

Guglielmo Bilancioni, «Ritratto di Giovan Battista Massani», olio - 1873. Rimini, Musei comunali.
Silvio Bicchi, «Apaches», olio su tela (part.). Firenze, coll.privata.

Il genere di maggior successo nell'area cittadina sarà, per la prima metà del secolo, il ritratto. Bilancioni, con la sua oggetività, con la sua pittura fedele alla tradizione accademica scevra di indagine psicologica o di resa emozionale, farà scuola stabilendo un precedente a lungo perpetuato dagli artisti locali.
Seguage del Bilancioni fu Francesco Bricci che considerava la sua pittura documento fedele della realtà ed è questo scopo che si prefisse nel dipingere anche il ritratto di «Medici riminesi».
Il toscano Bicchi, presente in città dal 1912, riuscirà, in qualche caso a scuotere i pittori riminesi dalla loro pittura lenta e sentimentale con la sua pittura rapida e graffiante; suo allievo sarà Gino Ravaioli che uscirà dalle case borghesi per ritrarre popolani e pescatori non riuscendo, però, a uscire dalla tipizzazione dei personaggi, incapace di sentire un mondo che, in realtà, avverte come estraneo.
La campagna offre ispirazione ad artisti caratterizzati da una poetica alquanto differente che cercano illusioni e consolazioni da contrapporre a quel poco di modernità che invadeva la provincia, opponendo, per quasi quarant’anni, una tenace resistenza ad ogni rinnovamento.
Alla morte di Bilancioni si formano gruppi di artisti che rifuggono dai modi della tradizione accademica e tra essi ricordiamo Emilio Filippini. Filippini nasce a Cattolica nel 1870 ma si forma artisticamente a Venezia, inizialmente la sua pittura è atta a cogliere scene di vita quotidiana e scorci naturali resi con colori accesi ma sfumati nei toni pastello. Tra il 1895 e il 1897 Filippini viene a contatto, tra Roma e Urbino, con le nuove correnti simboliste e divisioniste che abbraccia accentuando, così, il suo isolamento in territorio riminese, dove partecipa solo sporadicamente a manifestazioni e mostre. Anche attraverso l’utilizzo di queste tecniche, Emilio sarà in grado di restituire della campagna romagnola non solo l’aspetto bucolico e rilassante ma anche il lato oscuro fatto di fatica e dolorosamente contrapposto al 'progressista' mondo cittadino.
Un tratto comune a tutti i pittori paesaggisti della prima metà secolo nel riminese è la non aderenza al vero, al quale pure dicono di ispirarsi, ma, piuttosto a modelli stereotipati che conosco filtrati da Pazzini.

Norberto Pazzini, «Rimini dopo la pioggia», olio su tela. Roma, coll. privata.

Di vita propria vive, invece, il litorale, luogo sospeso nel quale tutto ha il gusto dell’effimero e le esperienze più diverse trovano espressione senza per altro turbare l’equilibrio di una tradizione sedimentata e conservatrice che guarda divertita alle sperimentazioni più varie, senza restarne turbata o coinvolta per più di una stagione estiva.
Oltre al liberty, che abbellisce villini estivi di vacanzieri ingentilendo il paesaggio urbano, trova posto anche una breve stagione futurista con carattere diverso rispetto a quello, più impegnato, di Faenza, Ravenna o Imola; a Rimini le sperimentazioni cozzano contro un’idea dell’arte ristretta a pochi generi, estremamente impostata, da un punto di vista tecnico, e rigidamente conservatrice. Solo l’industria del turismo riserva, col suo clima di divertimento, uno spazio all’arte applicata e i tentativi di far penetrare le istanze del futurismo fra i pittori riminesi, attraverso le pagine di riviste estive quali «Il Gazzettino Azzurro», sul quale intervenne lo stesso Marinetti, «Il Pesceragno» e «L’Arco» rimangono relegati all’editoria turistica col suo sapore goliardico e ludico senza superare mai l’impianto grafico tradizionale.
E’, probabilmente, nel genere della caricatura che i pittori riminesi riescono a stemperare la tradizione restituendoci immagini di rara freschezza espressiva libere da conformismi come nella caricatura di Cupi, del 1922, fatta da Pasquini.
Troveranno una discreta risonanza le istanze meccanomorfe del secondo futurismo e le suggestioni grafiche parasurrealiste e astratte diffuse tra i riminesi dal periodico di propaganda fascista «Il Rubicone».
Va menzionata la presenza, per gli anni dal 1928 al 1943, in città di una personalità del calibro di Filippo De Pisis che molto si divertiva a meravigliare e scandalizzare i borghesi ben pensanti. Fu di certo una personalità eccessiva, più di quanto la provincia potesse permettersi di tollerare, ma fu anche molto amato dai riminesi che commissionavano volentieri e in quantità sue opere provocando un cedimento nella sua resa qualitativa; vive nelle sue opere un’atmosfera sfaldata e densa, i colori si aggrumano o svaniscono in toni di decadente sensualità. Forte sarà l’influenza di De Pisis su alcuni giovani artisti locali come, per esempio, Pasquini o Pazzini che tentarono di emulare i suoi colori inquieti e brillanti, carnosi e sensuali.

Gino Ravaioli, «Tipi caratteristici riminesi», olio. Rimini, Musei comunali.

Lo scoppio della guerra lacera il territorio e l’anima di chi vi abita ma, al suo termine, ci si riscopre miracolosamente vivi e desiderosi di scoprire e indagare la realtà; i dibattiti fervono in tutta Italia e la libertà alimenta un’espressione più vera e disinibita da parte degli artisti, con una maggiore attenzione al popolo e al suo sentire.
Sarà proprio in questa direzione che, almeno inizialmente, andrà Rimini prediligendo il realismo pittorico e la denuncia sociale, esemplificata da pittori come Menghi e Bonini.
Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del decennio successivo l’Italia è tutta un fermento di esposizioni collettive dove arte e impegno politico trovano un connubio nel realismo; anche Rimini bandisce la sua «Biennale del mare» nel 1953 esordendo con un tema dal titolo «Vita della gente di mare» di chiaro orientamento populista e figurativo e richiamando nomi quali Guttuso, Mucchi, Pizzicato, Tettamanti, Levi e artisti locali come Bonini, Menghi, Morri, Miselli, Moroni, Turci, Bernardi, Sughi, Cappelli e Caldari.
Il limite della «Biennale del mare» sarà lo stesso che ha caratterizzato la sensibilità dei riminesi da sempre, una fondamentale chiusura verso le novità e una tendenza a privilegiare forme artistiche atte ad idealizzare realtà ormai scomparse, o quasi, alimentando il senso del nostalgico e del malinconico.
Una svolta sarà rappresentata dai Premi Morgan’s Paint istituiti sul finire degli anni Cinquanta; la prima edizione del 1957 pur attirando personalità innovative come Fontana, Moreni, Cuniberti e Pozzati si dimostrò disponibile anche verso gli artisti riminesi della vecchia guardia. Nell’edizione del 1959 non vi sarà più traccia di simili compromessi, e il progetto, meglio strutturato del precedente, comprenderà anche una retrospettiva sui maggiori maestri italiani del novecento, curata da Palma Bucarelli e Marco Valsecchi, tra i riminesi invitati troviamo Dasi, Menghi, Miselli che espongono insieme a personalità quali Fontana, Dorazio, Burri, Novelli e altri.
Nell’edizione del 1961, incentrata su un gemellaggio Italia-Jugoslavia, non trovano spazio autori riminesi ma il progetto è incentrato su artisti rappresentativi della linea informale e gestuale.
I Premi Morgan’s hanno il merito di aver stimolato le giovani generazioni di artisti riminesi a confrontarsi con le nuove tendenze artistiche, stimolando il dibattito e facendo sì che Rimini potesse uscire dall’isolamento culturale in cui si trovava.

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a cura di: Villa Franceschi - Comune di Riccione - IBC milia Romagna - Provincia di Rimini
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